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Ellroy mi piace. Altri no. Lui si. Perché? Scrive bene? Si questo è indubbio. E’ una mitraglia. O forse no. Spara pallottole precise. Sa cosa vuole dire. Osserva le cose, e le sa dire. Le sa riportare. Segui le sue descrizioni e le cose di cui parla diventano vere. E’ vero che spesso è sordido, ma è anche vero che sono le sue storie e ha il diritto di raccontarle. Ellroy parla di Los Angeles. Non parla di molto altro. Non si può dire che parli dell’America, o della California. No. Lui parla di Los Angeles. Della Los Angeles dalla Seconda Guerra Mondiale ad oggi. La quadrilogia Dalia Nera-L.A.Confidential – Il Grande Nulla- White Jazz ci parla proprio di quegli anni, dal 1948 ai primi anni ‘60, uno squarcio di tempo che ha messo le basi per quasi tutto ciò che accade ancora oggi in America (e di riflesso qui). Ma non è dei romanzi che voglio parlare. Piuttosto di un’antologia saggistico-narrativa, disponibile in edizione economica da poco. Destination Morgue della Bompiani è una via di mezzo tra le prove dell’Ellroy narratore, e quelle dell’Ellroy autobiografico che già si è espresso ne “I miei luoghi oscuri”. Nei 12 pezzi che sono contenuti all’interno del libro troviamo tutto lo spettro dell’Ellroy maturo.Troviamo i pezzi autobiografici (“Dove vado a pescarle”, “Io la so lunga”); troviamo racconti del tutto fuori di testa, al confine tra fantascienza sociale anni ’50 e detective pulp di serie Z (“Danny Getchell, guai a gogo”); reportage in presa diretta su fatti del mondo giudiziario-criminale di di Los Angeles (”Pidocchietto”, “Il procuratore distrettuale”); un reportage su un incontro per il campionato mondiale di pesi gallo tra due pugili messicani (“Pugni e sangre”), forse la cosa migliore di giornalismo sportivo che abbia letto; un punto di vista sulla campagna elettorale 2000, con due ritratti al vetriolo di Al Gore e George Bush jr. (“Padre, figlio e spirito di Clinton”); e c’è l’Ellroy che cerca di risolvere dei casi irrisolti perché nel fondo del suo cuore è convinto che le vittime abbiano il diritto alla consolazione di sapere che il colpevole è stato preso (“Stephianie” , il pezzo più triste della raccolta).
Insomma un libro bello. Un libro forte, e un libro che credo possa insegnare a molti cosa significa scrivere. O almeno cosa significa scrivere in un certo stile. Attenzione. Io DETESTO gli Ellroyismi. Quei giovani aspiranti autori che credono che basti usare frasi con tre parole al massimo. Per dare l’idea di una scrittura secca e nervosa. Palle. Lo stile è stile. Lo stile ce l’hai . E’ il TUO. Non scimmiottare gli altri. Scrivi e trova la tua nota. La tua canzone. Ellroy è nella melodia di Hemingway, ma NON ricalca Hemingway. Così sarebbe sciocco chi crede di catturare l‘attenzione del lettore usando frasi composte solo da singole parole. Parola. Punto. Parola. Punto. E così via. Perché dice “voglio dare il senso del ritmo sincopato della vita frenetica dei ghetti americani”. E io voglio un senso all’esistenza di questo cric, schiantandotelo in testa. Ma che mi significa “voglio dare il senso del ritmo sincopato”? Ma piantala. Scrivi, poi rileggi, butti metà delle parole inutili, e rileggi. E poi ne butti ancora qualcuna. E poi rileggi da capo. Ma lo decidi TU cosa serve e cosa non serve. Non un altro scrittore. Vabbé , mi sono lasciato andare. Concludiamo:Destination Morgue è un bel libro. Scritto bene, e vale il suo prezzo ( e non è poco…). di Alessandro Bottero
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