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Trovo scandaloso che Riccardo Petrella non sia uno degli intellettuali più ascoltati in Italia. Sapete chi è? Permettetemi di essere un po’ scettico. La carriera di Petrella si è svolta quasi sempre fuori dall’Italia. Economista politico, ha diretto per quindici anni la divisione prospettiva e valutazione della scienza e della tecnologia alla Commissione Europea di Bruxelles. E’ docente di Mondializzazione all’Università Cattolica di Lovanio, e insegna anche Ecologia Umana all’Accademia di Architettura di Mendrisio (Svizzera). Nel 1991 ha fondato il Gruppo di Lisbona, associazione che analizza i cambiamenti prodotti dalla globalizzazione, e nel 1997 ha creato il Comitato Internazionale per il Contratto Mondiale dell’Acqua, che si batte per il diritto umano, individuale, e universale all’accesso all’acqua potabile.
Questo per dire chi è.
Vidi Petrella alcuni anni fa, credo nel 2001, in un occasione sicuramente strana a pensarci a posteriori: l’Assemblea nazionale dell’Azione Cattolica. Petrella era stato invitato a tenere una conferenza sulla solidarietà come valore base della società. All’epoca aveva già detto e scritto molte cose sul bene comune, sul diritto inalienabile all’acqua potabile per ogni essere umano, e sulle perversioni della globalizzazione, ma non le avevo mai sentite. Non sapevo chi fosse. Vedevo solo un signore dai capelli bianchi, che parlava di cose molto pratiche come il fatto che nel mondo avere accesso all’acqua potabile non è una cosa così normale. Rimasi a sentirlo e ne rimasi affascinato. Petrella per studi e carriera lavorativa era quasi naturalmente destinato a essere un tecnocrate. Un cantore della globalizzazione. Uno di quegli euro-commissari che ragionano in laboratorio e applicano poi le normative alla vita di tutti i giorni. Invece avevo davanti una persona che, con calma, con argomenti logici, senza alzare la voce, senza ricorrere a emotività o facili demagogie, diceva che è sciocco pensare di governare o controllare la globalizzazione dall’interno. Occorre essere alternativi a un sistema di pensiero malato e perverso. Una persona che diceva che il suo amico cardinal tal dei tali, presidente in quel periodo della commissione pontificia Justitia et Pax, sbagliava quando parlava di Globalizzazione dal volto umano. Avevo davanti una persona che diceva: se la chiesa fosse seria dovrebbe battersi per impedire che le multinazionali rubino le fonti di acqua naturale alle popolazioni dell’india proclamando uno sciopero delle funzioni religiose. Ero annientato. Bertinotti forse sarebbe stato più diplomatico. Decisi in quel preciso momento che da grande volevo essere come lui.
Anni dopo trovo questo libro e non resisto. Lo compro, lo leggo e non resto deluso. Anzi.
In un epoca di pensiero debole, di politica come gestione dell’industria nazionale, di economia elevata a idolo supremo che tutto decide e tutto regola, Petrella afferma la necessità del Sogno. Il Primo Mondo, il mondo che usa le risorse e controlla l’economia in realtà domina perché è riuscito a imporre i suoi sogni, in parole povere il suo modo di vedere e concepire il futuro. Piccolo esempio: il sogno di eliminare la povertà non esiste più. Adesso al limite c’è il sogno di gestire la povertà residuale ormai accetta come elemento ineliminabile della società.
Petrella dice (e sapete una cosa strana? Mi ha ricordato quella storia di Sandman dove i gatti sono convinti che il sogno plasma la realtà. Se un numero sufficiente di esseri sogna la stessa cosa, la realtà si conformerà al sogno…) che il modo migliore per opporsi alle scelte economiche e politiche ingiuste è sognare un futuro diverso. Il sogno è il rifiuto di subire il presente. Dove si sogna si scommette sul futuro, ma il futuro che io desidero. Non quello che altri hanno deciso per me.
Non sto qui a ripercorrere le tappe dell’analisi che Petrella fa della società attuale e dell’economia in cui siamo immersi. Prendete il libro e leggetele da voi. E alla fine Petrella, come i grandi sognatori del passato, elabora addirittura un progetto di governo mondiale, una struttura economico-politica diversa da quella attuale, non più propulsa dal sogno del commercio e dell’egoismo, ma da quello del bene comune e della democrazia. La proposta, dico subito, non è campata in aria. Si basa sull’esperienza concreta del Bilancio Partecipativo, attuato a Porto Alegre, esperienza coronata dal successo.
In sintesi un libro forse difficile, sicuramente diverso dai soliti discorsi economico-politici di questa italietta, ma assolutamente un libro da leggere.
Alessandro Bottero < a.bottero"vogliosognare"botteroedizioni.it > - Marzo 2006
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