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JOHN COLTRANE

 

IL BOP,
LO SWING
E BATMAN.


UN LIBRO,
UN DVD
E (ORRORE!) UN FUMETTO PER PARLARE DI JAZZ

di PIETRO "HPL" MERONI

Ben poche esperienze rendono la vita degna di essere vissuta come quando si scopre la musica.

Certo, ci sono gli amici, i consigli, le recensioni, chi è fortunato ha i dischi dei fratelli maggiori, ma in fondo la musica la si scopre da soli. Finisce sempre con un ragazzino che si chiude nella sua stanza, ascolta un disco e scopre la musica. Scopre una musica che non sapeva esistesse. Scopre una musica senza forma che aveva in testa da anni, ed eccola lì! E’ proprio quella che cercava!

E’ una faccenda solitaria, ed è dannatamente giusto che sia così.

Nel caso della musica jazz, può capitare di sentirsi ancora più soli.

“L’unica vera musica americana” , nata a cavallo fra Ottocento e Novecento, dall’alto del suo secolo e briciole di esistenza brilla per varietà, aderenza alle vicissitudini del suo tempo e per una (purtroppo) ampia fetta di audience che ne difende le propaggini con l’alterigia di un castellano medioevale che difenda i propri spalti.

Quelli che vi propongo nelle prossime righe sono tre piccoli passi nel mondo del jazz. Passi timidi, da neofiti, da chi a malapena può distinguere Benny Goodman da Miles Davis. Ma tre passi a mio avviso “giusti”, che più che alla tecnica badano all’amore, che al di là di tanti commenti iperbolici sanno raccontare tante piccole storie, trasmettere una passione, fare da oblò su mondo vastissimo, da spiarci dentro come tanti bambini curiosi.

Studs Terkel
“I Giganti del Jazz”


Sellerio editore- 235 pagine – 10 euro

Il jazz è musica da strada.

Il padre del pianista Fats Waller, un prete, lo definiva “la musica del diavolo”.

“Poteva nascere solo in America”, scrive Studs Terkel nel suo bel libricino. Il paese dove i ritmi africani, rimasti nel patrimonio degli schiavi deportati, si mescolarono con arie europee, ballate, inni sacri, canzoni tradizionali. E con i canti di lavoro. Così nacque il blues. Lo spiritual. E il jazz.

Il jazz è musica da funerali.

All’andata, le bande che accompagnavano i feretri suonavano brani lenti e commossi. Ma al ritorno, si scatenavano in ritornelli allegri. La vita continua.

Il jazz è musica da polmoni forti. “King” Oliver uscì dal club in cui si esibiva col proprio gruppo e andò a suonare la tromba in strada, all’angolo, per farsi sentire anche dai suoi rivali che suonavano nei locali accanto.

Studs Terkel, classe 1912, giornalista, saggista e DJ radiofonico, compone le biografie di alcuni grandissimi del jazz come se fossero racconti americani. Incisivo, tagliente, senza alcun fronzolo, ci fa scoprire un jazz assolutamente libero dagli stereo B&O, dalle riviste di architettura che recensiscono dischi buoni come carte da parati, dai party sofisticati dei figli dei dottori e da tutti i “poeti laureati”, per dirla con Eugenio Montale, che si accaparrano la palma della conoscenza univoca del genere.

Con le sue piccole storie, molto aneddotiche, estremamente “sceneggiate” ma che brillano di una passione sincera, Terkel ci regala un jazz che è soprattutto nostro, nel senso più ampio e libero del termine. Un jazz che aspetta solo noi, un jazz “amico” che è lì da cogliere, da scoprire con gioia.

Perché l’aspetto fondamentale del jazz, qualsiasi jazz, sostiene Terkel, è la sua gioia.

E’ una galleria di ritratti affascinanti, composti con brevi, sapienti tratti. La naturale eleganza di Duke Ellington, che gli valse il suo soprannome (sarebbe possibile fare una storia del jazz solo raccontando i soprannomi, e in un certo senso Terkel lo fa); la dedizione di Benny Goodman, il re dello swing, per la musica classica;l’infanzia di Billie Holiday passata a lavare i pavimenti. Ma sono anche occasioni per battute fulminati, irresistibili, come quando Miles Davis dice ad un giovane John Coltrane, dopo un lunghissimo assolo: “Coltrane, non c’è bisogno che suoni tutto quanto”.

Si può respirare l’atmosfera del jazz in queste pagine, in questi racconti che parlano di musicisti che cambiano orchestra come si cambia un vestito; di viaggi in treno fra Chicago, New Orleans, New York, San Francisco; delle strade di Harlem che risuonano di musica. E vi si può trovare un filo conduttore, fra queste vite diversissime, che partono dagli ultimi anni dell’Ottocento per arrivare agli anni ’70. Una cosa che accomuna tutti quanti.

E’ il fatto (e Terkel non tralascia mai di raccontarlo) che ognuno di questi grandi, all’inizio, era solo un ragazzino che si chiudeva in camera e scopriva la musica.

Miles Davis
“Miles Electric – A different kind of Blue”

DVD

regia di Murray Lerner, sottotitoli in italiano

Gli archivi del regista Murray Lerner, che nell’agosto del 1970 filmò i tre giorni di concerto dell’Isola di Wight, “la Woodstock europea”, si stanno rivelando un vero e proprio deposito di tesori.

Oltre al documentario che racconta tutto il Festival, vincitore di un premio Oscar, negli anni più recenti il regista è riuscito a pubblicare i set completi di molti artisti che parteciparono all’happening: qualche anno fa uscì l’imperdibile concerto degli Who, con la performance completa di Tommy. Da poco sono stati pubblicati il concerto dei Jethro Tull, da vedere soprattutto per capire quanto fosse irresistibile il carisma di Ian Anderson a 20 anni, e la performance completa di Miles Davis.

Davis salì sul palco davanti a 600.000 spettatori (tuttora la più grande audience di un concerto rock) e suonò per 38 minuti filati con una formazione da far tremare i polsi: Jack DeJohnette alla batteria, Dave Holland al basso, Chick Coreae Keith Jarrett alle tastiere. Quando gli chiesero come si chiamasse il pezzo, con il suo tipico stile rispose “Call it anything”.

E sarebbe tradire lo spirito caustico di Davis iniziare a metter e in fila aggettivi per cercare di parlare di questa performance: l’unica sensazione che mi sento di trasmettere è l’impressionante energia che si percepisce fra i membri della band. Diversa dall’energia che scorre in un gruppo rock, si ha l’impressione che questi musicisti stiano seguendo un progetto più ampio, un suonare “diverso”, diverso nel ritmo, nella portata, negli scopi. E’ come se ognuno dei musicisti stesse leggendo un libro invisibile, aperto solo per loro.

Forse più di ogni altra cosa lo riassume il commento odierno di Keith Jarrett. “Eri in trance?” gli chiede il regista. “Buona domanda” è la risposta dell’ineffabile tastierista.

Il DVD curato da Lerner si propone come un documentario di una delle molti fasi creative della carriera di Miles Davis: la sua contaminazione con il rock, con gli strumenti elettrici come il piano Fender Rhodes e i primi sintetizzatori, l’influenza di Jimi Hendrix e l’uscita dell’album “Bitches Brew”, il più venduto album di jazz della storia.

Particolarmente interessante è il racconto della stroncatura che la critica dell’epoca fece di quest’album, attaccato come una svolta meramente commerciale, un concedersi alle mode, e invece difeso dai musicisti di Davis come sperimentazione, libertà creativa, allargamento degli orizzonti.

Si evidenzia così una delle forti contraddizioni interne che il jazz si porta dietro: la presenza di una componente conservatrice, “custode” di un crisma e di uno stile da mantenere “puro”, contrapposta ad uno spirito più contaminatore, calato nel suo tempo e pertanto permeabile pure ai suoi eccessi e ai suoi errori, ma pronto a rifletterlo nella propria musica.

Gerard Jones
Mark Badger
“Batman-Jazz.
A Legend of the Dark Knight Special”


3 numeri DC Comics

Edizione italiana:
“Le Leggende di Batman” 17
Play Press

E la frizione fra la libertà creativa dell’artista e la cecità del “custode del dogma” è pure alla base di questa vecchia storia a fumetti.

Tiratela fuori dagli scatoloni, che ce l’avete. Rileggetela. Calatevi nei panni del Cavaliere Oscuro, poche volte così fuori posto come in questa storia, e fate da spettatori molesti al romanzo di Charlie Parker, soprannominato “Yardbird” ovvero “Pollastro”, poi passato nella leggenda con il più raffinato “Bird”.

Il rapporto fra Parker, Thelonius Monk (che nel fumetto diventa il trombettista Buzzy Threadwell)e la baronessa Pannonica de Koenigswarter (trasformata nella contessa Koko van Veesedstene) è un fatto storico, accennato pure da Studs Terkel nel suo libro.

Per Jones, diventa l’occasione per mettere in scena la lotta del jazz contro chi lo vuole tenere tutto per sé, contro chi lo vuole far aderire soltanto ad un tempo, ad un periodo, a un’etichetta, ai propri ricordi felici, alla propria giovinezza. Muoiano con me il mondo e il jazz.

“Il Jazz è morto!” dice la contessa. “Mai”, le risponde Threadwell “Solo il TUO jazz è morto!”.

E’ una storia folle, surreale, delirante (come deliranti sono i villains che Batman si trova ad affrontare) come un’improvvisazione (che è il cuore del jazz) e nello stesso tempo solida come un romanzo hard-boiled di buona fattura. Ma non è questo il punto. Il punto è l’esilarante scena, all’inizio, in cui Batman si presenta alla porta del night con tanto di mantello e chiede un tavolo. Siamo noi Batman in quel momento, totalmente fuori posto nel mondo del jazz. Eppure, un cameriere non privo di umorismo ci trova il tavolo. Ci fa entrare. Maschera, cappuccio e tutto quanto. Il jazz vero non rimanda mai indietro nessuno.

Pietro H.P.L. Meroni < theelite"chiocciola"interfree.it >