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Providence 24.12

Un racconto di Natale per l’Elite

Immaginato da Pietro H. P. L. Meroni,
come lo avrebbe scritto il
vero H. P. L.


Quel Natale anche Providence si riempì di Babbi Natale.

Di quelli che fingono di arrampicarsi sui balconi, o di scalare la grondaia, o che restano attaccati ai davanzali come suicidi che ci hanno ripensato.

Alcuni li avevano comprati al K-Mart (perché anche a Providence c’è il K-Mart, cosa credete?) ma molti li avevano costruiti da sé. Fatti in casa.

Questi ultimi avevano delle anatomie alquanto approssimative, per quello che permetteva loro l’ossatura di fil di ferro, o il manico di scopa che avevano per schiena.

Ora, come ben sapete, Providence è già di per sé una città alquanto inquietante, ma quel Natale, ve l’assicuro, divenne persino sinistra, con tutti quei gechi rossi appiattiti contro le facciate, penzolanti dai davanzali e aggrovigliati intorno ai tubi di rame delle grondaie.

Questo pensavo la notte della Vigilia, mentre vagavo solitario fra le strade fredde e antiche, inseguendo i ricordi di un’infanzia che ogni anno di più si tingeva di sogno. Guardavo i comignoli aguzzi contro il cielo di blu abissale, le finestre gotiche da cui fuggiva un po’ di luce calda, e nella mia mente vedevo solo pomeriggi di primavera, un prato che sembrava immenso e un gioco infinito.

Ci volle una determinata quantità di tempo perché la mia razionalità afferrasse quello che i miei sensi le stavano comunicando da tempo. Occorsero secondi, forse minuti, e in quel tempo le impressioni si accumularono sul limitare dei miei occhi, mentre la mia intelligenza prima faticava e poi si rifiutava di accettare quello che la fioca luce imprimeva nella mia retina: che uno di quei Babbi Natale si stava effettivamente muovendo.

Nel mentre che le mie percezioni e la mia volontà lottavano fra di loro, il fantoccio scalò agilmente il cornicione da cui era stato messo a penzolare, si issò contro il telaio di una finestra e con un secco gesto la sfondò.

La via era deserta in quel momento, e a dire il vero, perso nel mio pellegrinaggio inutile nel tempo fuggito, io non avevo incontrato nessuno. E come avrei potuto? Era la vigilia di Natale! Soltanto l’allegria prigioniera dietro le finestre mi aveva accompagnato. Il vetro si infranse, e il rumore acuto si prolungò in un istante di silenzio che fu subito seguito da urla disperate, mentre il Babbo Natale che era stato chiuso fuori, agile come una lucertola, si infilava nella casa e consumava la sua vendetta.

Boccheggiando, tremando, chiesi aiuto al mondo di fuori, che continuava a festeggiare il Natale. Altre urla mi raggiunsero, erano più lontane: venivano dalla via dietro l’angolo, dal vecchio caseggiato sul tornante… Urla spaventate riempivano la notte, dove solo pochi istanti prima il velo del silenzio era stato sollevato solo dal mio scalpiccio e dal brusio di coloro che, dietro le loro finestre calde, si godevano compagnia e felicità.

Senza sapere bene cosa fare, mi voltai sui miei passi e presi a scendere la via che avevo appena percorso. Ovunque il mio sguardo cadesse, Babbi Natale strisciavano sui muri, scavalcavano balconi, frantumavano finestre e lucernari, si calavano dai camini ma con movimenti che non mancavano di scatenare un brivido di ribrezzo.

Cosa stava accadendo a quella notte di Natale? I Babbi Natale, appesi come festoni che ricordavano così tanto le sinistre pose degli impiccati, si stavano dunque ribellando?

Una porta quasi mi si spalancò sulla faccia. Con un grugno fra l’imbronciato e il soddisfatto un ghoul, con addosso un vestito da Babbo Natale, scese nella via trascinandosi dietro un grosso sacco.

- Ma come! – gli dissi, - Persino stasera non riuscite a stare tranquilli?

Il ghoul emise un sospiro annoiato e aprì il sacco sotto i miei occhi. Dentro, potei contemplare i resti di un enorme polpettone, con quello che rimaneva di un contorno di patate arrosto. Nonostante il freddo, alle mie narici arrivò il profumo delle erbe aromatiche.

Il mio orrendo compagno decise che avevo visto abbastanza, e leccandosi le fauci si mise il sacco in spalla e sparì in un vicolo.

Da una finestra del primo piano un suo simile, alquanto euforico, si lanciò in mezzo alla via con attorno al collo una sciarpa di salsicce. Anche quello era vestito da Babbo Natale. Iniziavo a capire. Vidi rappresentanti di quella antica, decaduta razza disputarsi corone di caldarroste sul profilo dei tetti, altri inseguirsi lanciandosi piatti e pignatte ancora fumanti. Un paiolo di rame pieno di polenta volò nella notte e si infranse quasi ai miei piedi.

Decisi di chiudere tutto questo fuori, di nascondermi anch’io dietro le finestre, anche se le mie erano fredde e spente. Tornai a casa, ignorando la sarabanda ormai scatenata dei ghoul che facevano le vendette dei Babbi Natale che scalano i muri. Chiusi la porta del mio appartamento alle mie spalle ed era lì, seduto sulla mia poltrona. Un giovane singolarmente bello, dai tratti e dalle vesti di foggia asiatica. Era Nyarlatoteph.

- Il Caos Strisciante, eh? – lo aggredii. – Dovevo immaginarlo. Ha visto cosa ha scatenato, là fuori?

- Suvvia - mi rispose solenne, - non faccia quella faccia. In fondo, se vuole il mio parere, se lo sono meritato. L’anno prossimo ci penseranno due volte, prima di appendere quegli obbrobri fuori dalla finestra! E adesso si rimetta la sciarpa, il suo amico Randolph Carter ci aspetta per tagliare il panettone.

FIN (Howard, lo sai che si scherza…)

 Pietro H. P. L. Meroni