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Aldo Nove 'Mi chiamo Roberta, ho 40 anni, guadagno 250 euro al mese...

"Mi chiamo Roberta, ho 40 anni,
guadagno 250 euro al mese... "

di Aldo Nove



Einaudi , 186 pagine, 12,50

 

di Alessandro Bottero

Ho letto un libro dell’orrore.
Questo.

Aldo Nove voleva realizzare un libro inchiesta sul precariato della fascia 25-40 anni, attraverso 14 interviste a persone che arrivati a quella che si chiama “maturità lavorativa” si ritrovano in situazioni di precariato stabile (ossimoro terribilmente reale e concreto nell’Italia di questi anni). Quello che invece esce fuori è un mondo spaventoso. Un universo dove una donna di 40 anni vive (??) con un guadagno ufficiale di 250 euro al mese. Duecentocinquanta. Esatto, avete letto bene. Oppure dove un marito e padre per vivere fa quattro lavori sottopagati, così da avere quel tanto sufficiente a sopravvivere, lavorando dalle 18 alle 20 ore al giorno, una situazione in cui questa persona riduce il suo desiderio solo al sonno, un bene così normale ma che per lui è un lusso quasi inarrivabile.

Oppure il mondo dove i pastori sardi sono condannati spietatamente e coscientemente all’estinzione (almeno a sentire Domenico e la sua storia), per colpa di chi vuole tramutare la Sardegna in una Isola del Turismo VIP, annientando la società pastorizia, ricca di una storia secolare, con cartelli e monopoli mascherati. I pastori sardi, a leggere queste pagine, sono obbligati a vendere il latte delle loro pecore a un prezzo deciso e imposto dagli industriali che lo acquistano per ricavarne formaggi o prodotti caseari (pagine 30-39), e questo li uccide, visto che a sentire Domenico gli industriali hanno stabilito che il prezzo di vendita del latte di capra sarda è di cinquanta centesimi di euro al litro. Prima dell’euro era di millesettecento lire al litro. Da qui una diminuzione del reddito del singolo pastore della metà, a fronte di spese più che raddoppiate. Domenico fa notare una cosa molto interessante. Dal 2003 sono aumentate le rapine in Sardegna, ma non rapine clamorose. Piccole rapine dettate dalla necessità di dare da mangiare, o pagare le rate di mutui accesi presso le banche prima del crollo del prezzo. E c’è anche altro, come la tesi che lo spingere i pastori alla miseria e alla vendita obbligata dei terreni per poter vivere sia una manovra precisa da parte di chi, imprenditori, cartelli, ecc… abbia deciso il destino futuro dell’isola.

 

Ma ho letto dell’universo dell’orrore del lavoro televisivo, dove la competenza non è premiata o riconosciuta, e dove vieni considerato solo “manovalanza intellettuale riciclabile come plastica”.

Ho letto questo libro dell’orrore, molto più spaventoso di quelli di Stephen King o altri scrittori e mi ha terrorizzato per una cosa semplicissima. Perché parla di cose vere. Di orrori che avvengono ogni giorno attorno a noi. Gli orrori del call center, delle agenzie internali, della scuola ormai abbandonata a se stessa, di mille cose terrificanti.

Ho letto questo libro e ho capito ancora una volta che in Italia esiste una generazione, o quanto meno una fascia di persone a cui è stato rubato il diritto di pensare al proprio futuro, perché come dei criceti dannati senza colpa sono costrette a correre nelle ruote che altri hanno preparato per loro.

Aldo Nove
Giorno dopo giorno. Senza mai poter mettere da parte un pezzetto di speranza per il proprio domani.

E ho capito una cosa basilare: chi teorizza la flessibilità o il precariato come elemento positivo nel mondo del lavoro ha un lavoro stabile, ben pagato, con un contratto preciso, e che si tiene ben stretto. Se la vivesse davvero sulla propria pelle cambierebbe registro in fretta.


Alessandro Bottero [a.bottero<misonospaventato>botteroedizioni.it] - Settembre 2006