Scrive bene Simenon.
Ecco perché leggo i suoi libri.
Intendo dire, lasciamo stare il punto di vista personale, la soggettività e quant’altro. Simenon scrive oggettivamente bene. Ha una prosa asciutta, tecnicamente ben costruita, rigorosa, profondamente espressiva.
Invece Maigret mi sta un po’ sulle palle. Problema mio.
Il fatto è che, da piccolo, ho visto Gino Cervi in tv e non riesco più ad apprezzarne le avventure del bravo commissario “sulla carta”. Stesso discorso mi capita col Montalbano di Camilleri.
Mi basta una fiction per ammazzare il libro. Niente di personale, tutto qui.
Comunque stiamo parlando di Simenon e non di Maigret poi.
Adesso mi dedico ai romanzi “seri” come li definiva l’autore stesso, pare, in risposta a coloro che lo ritenevano capace solo di scrivere le avventure del noto commissario e presentarsi all’incasso.
L’altro giorno ho letto I Pitard, considerato uno dei romanzi più riusciti dello scrittore belga.
A ragione. Ed ora, per rafforzare la mia tesi, mi faccio aiutare da un passo di una recensione di Leonardo Sciascia “E così procede Simenon, anche nei romanzi in cui non c'è Maigret e che di poliziesco hanno soltanto la tecnica. Quella tecnica che non permette al lettore di lasciare il libro a metà, di non chiuderlo se non dopo avere letto l'ultima riga”.
Questa è la storia del Capitano Lannec e della sua prima volta con la sua (intesa come di sua proprietà) nave, la Fulmine del Cielo, acquistata dopo una vita a comandare navi altrui.
La malasorte, ovviamente, ci metterà lo zampino visto che il bravo comandante ne fa di cotte e di crude per attirarsela: non riesce a far desistere la moglie Mathilde dall’ accompagnarlo, scopre un misterioso biglietto minatorio e, per ultimo, peccato tra i più gravi, dimostra, in un mondo di pescecani, di essere un uomo vero.
Grande intervento che si può applicare anche a questa storia, diversa dalle altre solo per la sua ambientazione “marina”, dopodiché si assapora il solito “falegname che rifà sempre la stessa sedia” col protagonista anche qui in lotta col proprio destino, anche qui fortemente contrapposto al personaggio dell’altro sesso, anche qui costretto a scelte difficili dal passato, dal vissuto, e sempre circondato da rituali, oggetti, situazioni magistralmente descritti da Simenon con quel suo progredire manicheo ed iperrealistico, da ragioniere della pagina, che, magicamente, trasfigura le cose descritte avvolgendole in un’aura sognante, delicata, quasi metafisica.
Una sensazione simile l’ho provata solo col miglior Verga, quello dei Malavoglia o di certi passi del Mastro Don Gesualdo, quello che riusciva ad evocare un idillio con due fette di pane ed un paio di uova al tegame.
Questa scrittura, questa prosa “che si fa poesia molto di più che in molti di quei libri in cui mandano le parole accapo” permette il lettore di assaporare di volta in volta la libertà del mare aperto visto dal ponte, l’oppressione ed il disagio del mare aperto quando si è sotto coperta ed è bufera ed i ritmi ed i riti della vita da marinaio.
Ma… Simenon avrà mai avuto esperienze in mare? Nella biografia non l’ho letto; Boh, forse nella vita precedente.
Di sicuro ha avuto molte esperienze di vita per come è riuscito a dipingere un microcosmo di persone e caratteri perfettamente integrati nella storia e nelle piccole storie che si avvicendano in questo “librone” di ben 150 pagine.
Centoquarantaquattro qui… e l’ultima finisce a metà.
Visto che con ‘ste cose formali, spesso, mi ci balocco, butto lì una considerazione. Grandissima parte dei libri, leggere pure romanzi, dei quattrocento (!!!) scritti da Simenon è lunga dalle 120 alle 150 pagine.
Per alcuni di essi un purista potrebbe obiettare che si tratta di racconti lunghi in luogo di romanzi, ma, quasi all’unanimità, verrebbe smentito.
E certo, era prolifico il caro George, doveva scrivere per lavoro, le deadlines ci son sempre state, ma lo scrittore ha sempre rifuggito l’idea di “dilatare una storia” caricandola di quel “grasso letterario” che Gallimard, l’editore, sempre severo verso i propri collaboratori, rimproverava a tutti ma (quasi) mai a lui. Magari utilizzava un vocabolario di non più di mille parole, ma come le utilizzava, come le ha utilizzate per I Pitard !!!
Beh, per I Pitard lo potrete appurare leggendo il libro.
Il libro che reputo, ad oggi, il migliore di Simenon (ma me ne mancano ancora diversi all'appello) in cui un uomo riuscirà, forse, a comprendere finalmente tutto proprio quando tutto sembra perduto.
E scusate se è poco.
Buona lettura allora, io vedo sulla scrivania che mi attende, Pioggia Nera.