Scommetto che a molti di voi, come al sottoscritto, è capitato almeno una volta nella vita scolastica di imbattersi in un pensiero che pressappoco può essere formulato così: “Se l’Impero Romano non avesse mai conosciuto il proprio declino, in che mondo vivremmo oggi?”
Tutte le congetture sono permesse, e quelle della scrittrice inglese Sophia McDougall hanno avuto l’onore di essere pubblicate.
Siamo nell’anno 2757 A.U.C. (Ab Urbe Condita, cioè dalla fondazione di Roma), il 2004 d.C.; l’Impero Romano non è mai tramontato ma si estende per gran parte del mondo conosciuto, inglobando l’Europa, il vicino e mediooriente, la metà superiore del continente africano, l’America del sud e buona parte dell’America del nord (il continente americano è chiamato Terranova), lasciando il resto del globo nelle mani dell’Impero Sinoano (cinese), di Nionia (Giappone) e dell’Africa Indipendente (la porzione inferiore del continente africano).
Indubbiamente uno scenario molto suggestivo, ma ancor più suggestivo è il fatto che la schiavitù non sia mai stata abolita, ma anzi è ciò che ha permesso nei secoli alla potenza di Roma di dominare incontrastata il mondo. Inoltre la pena di morte viene ancora amministrata tramite crocifissione, ed a testimonianza di ciò basta dare un’occhiata alla copertina di “Romanitas” per rendersene conto.
In questo mondo romanizzato si svolgono parallele, per poi inevitabilmente incrociarsi, le vicende di una coppia di schiavi britannici, Sulien e Una, e dell’erede al trono di imperatore romano, Marco Novio.
Vicende di fughe e nascondigli, di trame contro l’impero e di pazzia incombente, di poteri paranormali e ciò nonostante credibili.
Niente da dire; a giudicare dal contesto creato dalla McDougall, il romanzo ha moltissima attrattiva verso chi non disdegna storie di futuri alternativi, anche se in questo caso si dovrebbe più correttamente parlare di presente alternativo.
Peccato però che quando si comincia la lettura del romanzo sia fin troppo facile staccarsi dal libro.
Le ottime premesse vengono infatti in gran parte disattese nella prima metà dell’opera, quando la fuga e le trame contro il futuro imperatore vorrebbero tenere il lettore col fiato sospeso, ma non ci riescono pienamente. Certo, il desiderio di vedere come evolve la storia è presente, visto che di cose ne accadono, ma il ritmo non proprio sostenuto e la lunghezza a volte davvero eccessiva di alcuni passaggi tendono ad allontanare il lettore, a stancarlo.
La seconda parte del libro è sicuramente migliore, con il ritmo narrativo che comincia ad ingranare ed a salire di giri, conducendo il lettore finalmente verso sbocchi interessanti della vicenda, fino alla sua sorprendente conclusione.
Spiace dover ammettere però che le premesse di questo romanzo sono state in gran parte disattese. Si ha la sensazione che l’ambientazione in un mondo romano sia più un escamotage per irretire il lettore che altro, ma di questo si potrà avere la conferma (o la smentita, si spera) nei prossimi due romanzi della McDougall, la quale ha immaginato “Romanitas” come una trilogia. Forse nei prossimi volumi si avrà davvero la sensazione di leggere vicende calate naturalmente in un mondo romanizzato, non tanto grazie al fatto che la tv si chiami “longvision” e il telefono “longdictor” ma per una questione di “atmosfere”, di “sensazioni”, di “vita romana degli anni 2000”.
Molto interessante infine la cronologia posta a fine volume, che ci permette di capire come l’Impero Romano sia giunto fino ai giorni nostri. Ne consiglio la lettura prima di intraprendere quella dell’opera stessa, in modo tale da riuscire a calarsi meglio nel mondo fittizio che non traspare completamente dal romanzo.
In conclusione non mi sento di consigliare questo libro a scatola chiusa, soprattutto in virtù di una prima parte non proprio riuscita (da 5 in pagella), bilanciata parzialmente da una seconda parte di maggior presa sul lettore (voto 7).
Insomma, essere soddisfatti solo di una metà di un romanzo di 550 pagine non è davvero un buon segno.
Di positivo però c’è da dire che la scrittrice inglese ha dalla sua la giovane età (24 anni all’epoca della prima edizione del libro) ed una capacità di scrittura che un romanziere affermato come Dan Brown si sogna.
Non so perché, ma ho l’impressione che il prossimo romanzo della trilogia sarà molto più scorrevole ed intrigante di questo “Romanitas”. Dovrebbe intitolarsi “Rome Burning” ed uscire in inglese nell’Agosto 2007. Nonostante tutto lo prenderò quando uscirà in italiano. Una seconda chance l’autrice la merita.
Un commento finale va fatto sulla casa editrice Newton Compton. Per troppo tempo l’editore romano è stato considerato un ristampatore di classici a prezzo popolare (non credo riusciate a trovare edizioni di Moby Dick a 5 euro per altre case editrici!) e nulla più. Da un po’ di tempo finalmente il suo catalogo si è arricchito di narrativa contemporanea e soprattutto inedita. Se fossi in voi lo terrei costantemente sotto controllo. Potreste avere delle gradite sorprese.