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I Racconti di Kolyma
di Varlam Shalamov

Pagine: 1305
Editore: Einaudi - 2 vol.
Prezzo: 19
Bianco su nero
di Rubén Gallego

Pagine: 187
Editore: Adelphi
Prezzo: 14

Racconti dalla Wasteland: Varlam Shalamov e Rubén Gallego

Due scrittori diversissimi. Il primo, Varlam Shalamov, forse il più intenso testimone del Gulag; l'altro, Rubén Gallego, nostro contemporaneo (36 anni), paralizzato dalla nascita in tutto il corpo "tranne due dita". Eppure due cose li avvicinano: lo sfondo - la Russia - e soprattutto una scrittura dalla forza immensa.
Scrittura semplice, chiara, rigorosissima, dura e affilata come la lama di un coltello. Racconti, in entrambi i casi. Racconti forti, realisti, spietati, in più di un caso veri pugni nello stomaco. Racconti dove la Russia diventa il mondo intero, e l'epoca tutte le epoche. Dove resta solo l'uomo, universale in ogni dove e in ogni quando.
Due scrittori che raccontano l'uomo, i suoi abissi e le sue vette, l'immenso nero e lo splendente bianco.
Scopo di una recensione, più che raccontare un libro, dovrebbe essere quello di invogliare a leggerlo. Ebbene, non trovo di meglio da dirvi che questo: leggete questi libri perchè nessun altro scrive così.
Leggete questi libri perchè più che mai parlano "a noi" e "di noi", uomini e donne del 2004, persi e sballottati nel grande circo della bellezza e dell'ipocrisia, duri e stronzi fuori, e tutto quello che vorremmo è solo la verità e non sappiamo dove cercarla.
Leggete questi libri per capire cosa significa essere scrittori veri, per capire cosa significa riuscire a far diventare "universale" una storia, fuori da ogni tempo e da ogni confine, semplicemente mettendo in fila delle parole. Un compito da perderci la ragione, a pensarci.

BIOS:
Varlam Ticonovich Shalamov nasce a Vologda, nel nord della Russia europea, nel 1907. Suo padre è un prete ortodosso, missionario e sciamano. Fin dall'infanzia dimostrerà una fantasia e una personalità fortissime. "Ritengo di essere un narratore dall'età di dieci anni" scrive nella sua autobiografia.
Si schiera con gli oppositori di Stalin fin dal 1927. Nel 1929 viene arrestato per la prima volta. Nel 1937, "per reati politici", viene condannato ai lavori forzati nelle miniere d'oro della Kolyma, nella Siberia orientale. Riesce a diventare infermiere presso l'ospedale per detenuti di Magadan: grazie a questo sopravviverà al lager. Sarà libero solo nel 1953, e riabilitato nel 1956. Lavorerà ai "Racconti di Kolyma" per 20 anni. Avrà due mogli e una figlia, che non amerà. Muore nel 1982.

Rubén David Gonzalez Gallego nasce, insieme ad un gemello, a Mosca nel 1968. La madre, Aurora, è la figlia del leader comunista spagnolo Ignacio Gallego ed ha sposato uno studente venezuelano. Il gemello muore subito. Rubén è affetto da paralisi celebrale: non può muovere nè braccia nè gambe. All'età di un anno viene tolto alla madre e nascosto agli occhi del mondo, come tutti i figli orfani e "non perfetti" di un paese che deve dimostrarsi il più felice del mondo. Passa tutta l'infanzia negli orfanatrofi di stato. Solo sul finire della perestrojka riesce a sfuggire agli ospizi, a diplomarsi e a visitare l'America. Si sposerà due volte. All'inizio degli anni '90 ritrova la madre. Ha due figlie e vive in Spagna.

I LIBRI:
La testimonianza è un'ossessione.
Come Primo Levi, che ha moltissimi punti di contatto con Shalamov, qui il raccontare è una missione, un dovere. Eppure, proprio come in Levi, da questa urgenza bruciante nasce una scrittura unica, tanto bella quanto spietata.
Se "Arcipelago GUlag" di Aleksandr Solzenicyn è il più completo saggio storico, antropologico e culturale sul mondo dei lager sovietici, "I Racconti di Kolyma" ne sono il ritratto morale.
E in quanto tali, pur parlando di un ben preciso momento storico, riescono a diventare una sorta di "compendio" universale sulla lotta dell'uomo per rimanere se stesso, in ogni luogo e in ogni tempo.

Concepiti come un immenso "corpus", suddivisi in cinque sezioni, svelano al lettore un gigantesco progetto di costruzione, con episodi ricorrenti, punti di vista molteplici, ritorni di personaggi e situazioni: l'autore si sdoppia in almeno tre o quattro alias, fra cui l'infermiere Krist (un nome non certo dato a caso) è forse il più scintillante ritratto di un osservatore che vede passare tutte le sfumature della miseria umana, senza mai giudicare, applicando come lenimento uno strano misto fra pietà e cinismo, una pietà severa, ferita, spoglia di ogni buonismo da oratorio e da ogni senso di colpa.
Alternando la prima e la terza persona, i "Racconti" esplorano ogni sfumatura di "ciò che bastò all'uomo di fare all'uomo" sempre per usare le parole di Primo Levi.
La lotta senza speranza per conservare la propria umanità, la propria dignità, la propria moralità. Una lotta in cui l'uomo trova il peggior avversario proprio dentro se stesso: nel proprio stomaco vuoto ("Il pane di un altro"), nel proprio intestino sconvolto (leggete "Le notti ateniesi" per un'analisi della regolarità dei detenuti), nel freddo che divora ogni pensiero, nella stanchezza indicibile (Shalamov parla di turni di 14 ore continuate in miniera, a meno quaranta gradi).
Un immensa galleria di ritratti in cui la scrittura sempre dura e lucida come un diamante, cruda, severissima, non risparmia nulla al lettore.
E c'è varietà, una varietà immensa di registri, dall'elegia al dramma ("Serafim"), dal picaresco quasi comico ("Vas'ka Denisov, ladro di maiali") al durissimo realismo di "Misurato a parte". E ancora: l'evasione "all action" del Maggiore Pugacev e dei suoi fedeli soldati (paragonabile al racconto "Il gattino bianco" di Solzenicyn); l'amara ironia de "L'iniettore", dove si prende in giro l'eterna idiozia dei burocrati; "In viaggio per la lettera", la storia vera del viaggio via camion che lo scrittore dovette fare per andare a ritirare una lettera di Pasternak.
E ci sono le donne: donne che appaiono sempre belle, bellissime agli occhi dei detenuti come Anna Pavlovna ("La prima morte"), amori lontani ("L'amore del capitano Tolly") o ingannatrici ingenue ed ignoranti, che nemmeno lo scrittore riesce a condannare ("Marcel Proust").
Ma ci sono anche pagine bellissime dedicate alla natura e a quella terra, la Kolyma, "dodici mesi d'inverno e il resto estate", che ha prodotto or ora il secondo uomo più ricco del mondo, Abramovich, il proprietario del Chelsea. "Il sentiero", "Il pino nano", "La resurrezione del larice".
Leggete "Sulla parola", la sua crudelissima quanto necessaria conclusione. Leggete "L'incantatore di serpenti", ovvero l'umiliazione a cui erano costretti gli intellettuali: raccontare romanzi di notte ai criminali comuni, in cambio di cibo e caldo.
C'è uno strano calore in Shalamov, c'è una pietà quasi incoglibile e una speranza sottilissima, in quella sua durezza di pietra che gli fa scrivere: "L'amicizia non nasce nel bisogno e nella disgrazia. Quelle famose condizioni di vita 'difficili' che secondo le favole della letteratura costituiscono la base necessaria perchè l'amicizia si sviluppi, evidentemente non sono poi così difficili... Il dolore non è abbastanza acuto e profondo se lo si può ancora condividere con gli amici. Nel momento del bisogno vero si conosce soltanto la propria personale forza fisica e fermezza spirituale..."
Perchè leggere oggi questi racconti, così lontani nello spazio e nel tempo? Il perchè migliore lo indica Shalamov stesso: "Il fatto fondamentale è la corruzione della mente e del cuore, quando l'enorme maggioranza delle persone si persuade di giorno in giorno, in modo sempre più netto, che si può vivere senza carne, senza zucchero, senza vestiti, senza scarpe, ma anche senza onore, senza coscienza, senza amore, senza dovere. Tutto viene messo a nudo, ma l'ultimo denudamento è terribile".

Rubén striscia.
Come una creaturina del pittore Bosch, Rubén non muove nè gambe nè braccia ma va dove vuole. In bagno, quando riesce ad arrivarci in tempo, e perfino nel cortile, sporco di neve. Striscia sui pavimenti dell'orfanatrofio con quella tenacia, quella speranza incosciente e necessaria che solo un bambino può avere. Un adulto, non lo sopporterebbe.
Rubén legge. Legge di tutto, e si fa persino prestare libri "da grandi": legge "Solaris" di Stanislaw Lem in una domenica, e "quando Sasha mi chiese che cosa avessi capito, gli risposi che il protagonista avevasbagliato a volarsene via, che doveva prima sistemare le cose con la sua donna qui, sulla Terra".
Rubén è un bambino, e come tutti i bambini si porta dietro un'immensa felicità. Cosa accada a quella felicità, di cui gli adulti perdono persino il ricordo, è un mistero. Ma è quella felicità che gli fa avere uno sguardo così semplice, disarmante, preciso e dettagliatissimo su tutto.
Sarebbe riduttivo parlare di questo libro utilizzando il tema dei "freaks" in grado di dare lezioni di umanità ai "normali", ormai vecchio ed abusato. Perchè è soprattutto, ancora, la scrittura a dare un senso a questa raccolta di racconti semplici, fatta parimenti di episodi, momenti, piccoli scambi e di pensieri solitari. È la scrittura, felicissima quasi ovunque, anche quando è dura e crudele, a comunicare, a dare luci e ombre alle situazioni, a veicolare il messaggio, ad avvincere il lettore. Gli splendidi "attacchi" di quasi tutti i racconti:
"Sono un eroe. È facile essere un eroe. Se non hai le braccia o le gambe, o sei un eroe o sei morto."
Oppure:
"Sono un ritardato. Non è un nomignolo offensivo, è semplicemente un dato di fatto."
Non c'è mai pietismo, non c'è mai la ricerca della lacrimuccia facile. E non c'è nemmeno la spasmodica ricerca di un "senso" o di una morale: è vita, è realtà. Come da ogni singolo nodo nasce il tappeto, così "Bianco su nero" è una narrazione pura, un insieme di quadri che vanno a comporre una visione unica e completa come un uovo.
E che splendidi ritratti escono da questa galleria! Svetta su tutti Genka, genio della matematica immobilizzato a letto, e il suo inevitabile destino. E Sergej, il protagonista de "La Zuffa", forse il racconto più bello di tutto il libro, che per nove mesi si allena per fare a botte, per una ragazza, con un "normale". Il finale del racconto, eccezionale, non ve lo anticipo. E ancora i brevi flash dell'America, lo scambio con il negoziante in "La patria".
Ulteriori istruzioni per l'uso: per favore, non commuovetevi davanti a questo libro. Non commettete l'errore di urlare a squarciagola "Grazie Rubén!", quel "grazie" pieno di riconoscenza instabile di cui siamo così prodighi, per i calciatori, i cantanti, per tutti i divi e divetti che ci fanno sognare. Non tributategli il facile applauso televisivo; non fatelo diventare la facile ricetta di consolazione fiducia e speranza, buona per i prossimi dieci minuti e già dimenticata il prossimo week end. Al contrario, fate come diceva Gesù Cristo: nascondetevi nel buio delle vostre camere, portatelo con voi in silenzio, con umiltà, lasciate che cresca, nel tempo, nel silenzio, nel ricordo.
Rendetelo "vostro" veramente.

Pietro H.P.L. Meroni

Post Scriptum
Questa recensione era già praticamente finita quando Piero Sinatti, il traduttore italiano di Shalamov insieme a Sergio Rapetti, pubblicava sul Domenicale del Sole 24 Ore del 25 luglio una recensione del libro di Gallego, sottolineando anche lui dei punti di contatto con la scrittura di Shalamov. Che altro dire, se non che mi fa piacere che quella che era la semplice intuizione di un semplice lettore, assolutamente sprovvisto di ogni titolo accademico, abbia ricevuto una conferma di tale livello.

Rubèn Gallego
Varlam Shalamov