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Approfittando dello sconto sulla Piccola Biblioteca Adelphi di qualche tempo fa ho preso Teoria del Partigiano di Carl Schmitt. Presumendo che tale nome non sia noto ai lettori di Fumetti di Carta ecco un breve ritratto estratto dalla scheda a suo nome disponibile su Wikipedia:
Carl Schmitt (11 luglio 1888 a Plettenberg in Westfalia - 7 aprile 1985 a Plettenberg-Pasel, in realtà Karl Schmitt) fu un filosofo politico e un esperto e teorico di diritto pubblico.
Come giurista e studioso è uno dei più noti, ma anche discussi, teorici tedeschi di diritto pubblico e internazionale. Si compromise come “giurista della corona” (Waldemar Gurian) e come “l’alloggiatore spirituale [geistiger Quartiermacher] del nazionalsocialismo” (Ernst Niekisch). Il suo pensiero, le cui radici affondano nella religione cattolica, ruotarono attorno alle questioni del potere, della violenza e dell’attuazione del diritto. Tra i concetti chiave ci furono, nella loro lapidaria formulazione, lo “stato d’eccezione” (Ausnahmezustand), la “dittatura” (Diktatur), la “sovranità" (Souveranität) e il “grande spazio” (Großraum), e le definizioni da lui coniate come “teologia politica” (Politische Theologie), “custode della costituzione” (Hüter der Verfassung), “compromesso di formula dilatorio” (dilatorischer Formelkompromiss), “la realtà della costituzione” (Verfassungswirklichkeit), o formule dualistiche come “legalità e legittimità” (Legalität und Legitimität), “legge e decreto” (Gesetz und Maßnahme) e “amico e nemico” (Freund und Fiend). Le sue opere si accostano, oltre al diritto pubblico e internazionale, ad altre discipline, quali la politologia, la sociologia, le scienze storiche, la teologia, la germanistica e la filosofia. Schmitt oggi viene certamente descritto come un “terribile giurista”, un teorico discusso e ostile alle democrazie liberali, ma è allo stesso tempo indicato come un “classico del pensiero politico” (Herfried Münkler), non ultimo per l’influenza esercitata sul diritto pubblico e sulla scienza del diritto nella prima Repubblica Federale Tedesca (per esempio riguardo al “voto di sfiducia costruttivo” e ai solidi vincoli posti in caso di modifica costituzionale).
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Chiarito chi sia Schmitt veniamo al testo. Esso presenta due conferenze tenute in Spagna nel marzo 1962, dove Schmitt riflette a partire dalla cosiddetta Guerriglia spagnola contro le armate di Napoleone, vedendo in questo fenomeno il nascere della guerriglia, elemento tipico poi del XX secolo, in cui un gruppo di combattenti di gran lunga inferiore riesce a tenere in scacco e a volte a sconfiggere gli eserciti ufficiali (esempi del genere Schmitt li vede nell’Indocina francese a metà degli anni ’50, e nell’Algeria francese di fine anni ’50 (certo che ai francesi gli dice sempre sfiga, eh?). L’elemento nuovo della guerriglia , e del partigiano esecutore materiale della guerriglia, Schmitt li vede nel suo essere non codificata, ossia nel non seguire le regole della guerra, come stabilite nel corso dei secoli, e come poi le codificherò Von Clausewitz nell’800. |
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La Guerra per le scuole militari era regolata da un sistema di regole comunemente accettate, per cui i contendenti giocavano secondo mosse riconoscibili ed accettate dalle parti in causa (è su queste regole ad esempio, che si reggono le varie convenzioni internazionali come quella di Ginevra). Il nemico era un avversario, che partecipava anch’esso alle stesse regole. Solo si trovava dalla parte opposta di una scelta. Il partigiano o guerrigliero invece, operando al di fuori delle regole accettate, è nemico assoluto, colui che oppone a colui che combatte una inimicizia assoluta, che impedisce, ad esempio, di accettare la sconfitta come risultato dello svolgersi della partita secondo le regole.
Ovviamente dal punto di vista di Schmitt, seguace della preminenza dello Stato, la cosa giustifica anche un atteggiamento spietato dello Stato combattente contro il Guerrigliero, perché questo si pone volutamente al di fuori delle norme giuridiche. Ponendosi fuori dalla norma, il Guerrigliero non può poi invocare la norma (o le convenzioni) a sua protezione, ed ecco quindi che lo Stato è legittimato a non estendere ai Guerriglieri le convenzioni che invece regolano gli scontri e “proteggono” il Nemico.
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E’ un testo del 1962, dicevo, e questo si avverte laddove la base motivazionale del Guerrigliero è visto nella Ideologia politica, che pone una inimicizia assoluta con l’avversario, in quanto portatore di dis-valori inconciliabili con i nostri. Il tutto all’interno della Guerra Fredda, dove Comunismo e Capitalismo si scontravano (politicamente nel Primo e Secondo mondo e militarmente nel Terzo).
A Schmitt non considera in questo testo l’elemento religioso, e quindi il Guerrigliero qui descritto non può essere equiparato al terrorista islamico, ad esempio, come giustamente fa notare Franco Volpi nel saggio a corredo. Ciononostante è possibile tracciare dei paralleli tra la figura del Guerrigliero come il vero INIMICO, e il terrorista fondamentalista islamico come colui che rifiuta in toto il sistema che combatte. Rifiuto globale che porta a rifiutare anche le convenzioni che regolano i conflitti armati elaborate all’interno del sistema che si combatte. |
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Teoria del Partigiano credo possa servire a cogliere alcuni meccanismi che regolano i comportamenti di chi usa il terrorismo come strumento di lotta, e non mi stupirei se ai livelli più alti del mondo nascosto del terrore, la dove si elaborano le strategie a lungo termine questo piccolo libretto occupi un posto di tutto rispetto.
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Alessandro Bottero [a.bottero@botteroedizioni.it] - Giugno 2006
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