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BIG STAR
In Space
Rykodisc, 2005
...ovvero il ritorno dell’uomo
chiamato distruzione
di Piobove
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4 settembre 2005: dopo una settimana passata sul tetto della propria abitazione di New Orleans su cui si era rifugiato in seguito al passaggio dell’uragano Katrina, Alex Chilton viene tratto in salvo: ancora una volta è sopravissuto.
Circa 3 settimane dopo, il 27 settembre 2005, esce “In Space”, il nuovo disco del suo gruppo, i BIG STAR.
E’ il loro quarto disco da studio, e sono passati più di 30 anni dalla registrazione del terzo.
E’ necessario a questo punto fare un passo indietro di quasi 4 decadi, a quello che è uno degli anni più importanti della storia del rock, il 1967, l’anno della summer of love.
Quale pensate sia stato il pezzo più ascoltato di quell’ anno mitico e mitizzato, il singolo che ha venduto più copie? Forse qualcosa dei Rolling Stones, o dei Beatles, o magari un pezzo di Jimi Hendrix? |
Niente di tutto ciò, la canzone più venduta del 1967 è “The Letter”, brevissimo singolo di esordio (neppure 2 minuti di durata) dei BOX TOPS, gruppo di Memphis il cui frontman è un ragazzino bianco di appena 16 anni che, volendo esagerare un po’ (ma neanche poi tanto), dalla voce potrebbe essere scambiato per uno scafato soulman di colore.
Un esordio col botto per un gruppo al primo singolo, per giunta capeggiato da un teen-ager.
Il nome di questo giovane prodigio probabilmente l’avete intuito: Alex Chilton, l’eroe del nostro racconto. |
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I Box Tops sono un gruppo di cosiddetto “White-eyes soul”, gruppi, spesso costruiti a tavolino dai discografici, nati per vendere ad un audience di ragazzi bianchi versione edulcorate dei pezzi ben più sanguigni (e interessanti!) proposti dalle loro controparti di colore.
Anche i Box Tops pur essendo, assieme ai Righteous Brothers e ai Rascals, i più famosi esponenti del genere, non si sottraggono a questa regola: i membri del gruppo non hanno praticamente potere decisionale su cosa e come suonare, spesso in studio non sono nemmeno loro a suonare gli strumenti ma vengono sostituiti da anonimi session-men (secondo una pratica più diffusa di quel che si pensi, soprattutto all’epoca) e i loro repertorio è composto per la maggior parte da pezzi romantici (o mielosi, secondo i punti di vista) per teen-ager. |
Intendiamoci, nel repertorio dei “Box Tops” non mancano i pezzi pregiati, ma per chi volesse approfondire la conoscenza del gruppo consiglio, più che i singoli lp, una delle tante raccolte che si trovano sul mercato, in particolare l’ottima “Soul Deep”, uscita nel 1996 per l’Arista, è tuttora di facile reperibilità e gode di un ottima rimasterizzazione delle canzoni dell’epoca |
Nonostante il successo del gruppo il giovane Chilton mal sopporta le ingerenze esterne e la poca libertà espressiva che gli viene lasciata e nel gennaio 1970, una volta scaduto il contratto che lo lega al gruppo, prende armi e bagagli e, appena diciannovenne, si prepara ad imbarcarsi in nuove avventure.
Inizialmente si trasferisce a New York, dove incide dei pezzi per un eventuale album solista, che però si risolve in un nulla di fatto (queste sessions verranno pubblicato un quarto di secolo dopo in un cd intitolato semplicemente “1970”. |
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Ascoltate adesso, queste canzoni rivelano i tratti che saranno peculiari della produzione solista di Chilton: un grande talento e qualche sprazzo di vero genio, purtroppo, tanto per tenere fede al binomio genio & sregolatezza, il nostro utilizza detto talento in modo spesso confusionario e dispersivo e necessita quindi di qualcuno che lo aiuti a focalizzarlo, che “tenga in riga” gli eccessi e le dispersioni in cui troppo spesso induge.
Questo qualcuno verrà trovato nella natia Memphis, ove il nostro eroe ritorna dopo l’esperienza newyorkese: Chilton vi incontra l’amico di gioventù Chris Bell, e si unisce alla band di cui quest’ultimo è chitarrista, gli “Ice Water”.
Per l’occasione il gruppo viene ribattezzato “Big Star” (nome preso da una catena di supermercati del posto) e sono destinati a diventare “la più famosa delle bands sconosciute”.
Il disco d’esordio, intitolato semplicemente “#1 Record” esce nel 1972 e in pratica inventa un genere, il cosiddetto “power-pop”.
Riassumendo al massimo, il disco è una fusione mirabolante delle armonie dolci tipiche della prima metà degli anni sessanta con le sonorità chitarristiche e la psichedelica tipiche della seconda metà degli anni sessanta.
E’ un disco di “allegra malinconia”, una caramella dal retrogusto un po’ amaro e acido che vede a braccetto Beatles e Beach Boys con i Velvet Underground.
E’ la colonna sonora ideale da ascoltare in macchina quando, non più adolescente e non ancora adulto, tiri l’alba con qualche amico fidato per non andartene a dormire, che dal domani non sai bene cosa aspettarti.
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Come tutti i capolavori, è un disco che suona benissimo ancora oggi, ma per comprenderne appieno la portata occorre contestualizzarlo un attimo: all’inizio degli anni settanta l’apparente semplicità di un disco del genere non è particolarmente ben vista, in un momento in cui tutti sono alla ricerca di qualcosa di più grande, complesso e sofisticato, in cui il rock cerca di darsi una (presunta) nobiltà di cui non avrebbe assolutamente bisogno, di entrare nei “salotti buoni”, il che porterà ad un progressivo (ehm..) ingessamento della musica destinato a sfociare nella ribellione del punk.
Il disco purtroppo è un flop commerciale,anche per colpa di una carente distribuzione
E qui occorre aprire una piccola parentesi:
il disco esce per la mitica Stax, etichetta specializzata principalmente in soul e rinomatissima negli anni 60 per avere sotto contratto artisti come Otis Redding, Rufus Thomas , Sam & Dave, Albert King ecc. |
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Purtroppo le mutate sonorità degli anni 70 fanno si che l’etichetta si trovi a perdere terreno sul mercato, al punto da non sopravvivere alla decade.
Paradossalmente, uno dei pezzi dei disco, “In the street” otterrà un buon successo 25 anni dopo quando verrà utilizzato (anche se non in versione originale) come sigla del popolare telefilm di MTV “’70 Show”.
Quali che siano le cause del fallimento per i nostri è un duro colpo: a causa dell’insuccesso del disco Chris Bell, “anima malinconica” della band e maggiore responsabile del gruppo assieme a Chilton, si vede richiamare all’ordine dal padre, gestore di una catena di fast food, ed è costretto a lasciare la band per occuparsi degli affari di famiglia. |
La passione per la musica però non lo abbandona e nel 1977 uscirà un suo singolo, “I’am the cosmos”, e di seguito incide, sempre con l’aiuto dell’amico Chilton,una serie di brani che avrebbero dovuto formare l’ossatura di un futuro album solista, purtroppo la leggendaria sfortuna del gruppo colpisce ancora, e il 27 dicembre 1978 Chris Bell muore in un incidente d’auto. I pezzi incisi usciranno solo nel 1992 nell’acclamatissimo (a ragione) album intitolato anch’esso “I am the cosmos”
Comunque i “Big Star” vanno avanti in forma di terzetto e nel 1974 esce il loro secondo disco, “Radio City” |
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Nonostante l’assenza di Bell il disco si mantiene su livelli altissimi, e quello che perde in melodia e malinconia lo guadagna in urgenza espressiva.
Anche questa seconda prova del gruppo si rivela però un fallimento commerciale, e il gruppo va definitivamente in mille pezzi.
Prima di chiudere baracca e salutare tutti c’è giusto il tempo per un ultimo colpo di coda e Chilton, con l’aiuto del batterista Jody Stephens, unico componente della band a non essersene andato, incide i pezzi per un eventuale terzo album, che verrà pubblicato solo 4 anni dopo, nel 1978.
E per la terza volta il miracolo si ripete: il disco è tutt’ora considerato dalla critica un vero e proprio capolavoro, anzi, per molti (non per me) è IL capolavoro della band. |
Certo è che “Third/Sister Lovers”, questo è il titolo dell’album, è un disco di un’onestà spiazzante, che riesce a mettere a nudo con un’intensità a volte quasi eccessiva e con una brutalità davvero inusitata per un disco pop i sentimenti, tutt’altro che positivi date le circostanze in cui è stato pensato ed inciso, del suo autore.
A tale proposito, mi piace molto la definizione data dal critico Jason Anken, che nella sua recensione (leggibile on line su www.allmusic.com) ha definito il disco come “the most harrowing experiences in pop music; impassioned, erratic, and stark, it's the slow, sinking sound of a band falling apart” |
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Alex Chilton non riuscirà più ad esprimersi a questi livelli: nel corso degli anni continuerà a incidere molti dischi, spesso anche di buon livello, sia da solista che lavorando insieme ad altri gruppi, e si cimenterà anche nell’attività di produttore con pregevolissimi risultati (sua, ad esempio la produzione dell’album di esordio dei Cramps) ma i Big Star verranno sempre considerati, a ragione, l’apice della sua carriera.
Nel corso degli anni sempre più gruppi citeranno la band tra le proprie influenze e si assisterà ad una progressiva “mitizzazione” del gruppo, tant’è vero che, nel 1993, a quasi vent’anni di distanza dallo scioglimento della band, la radio studentesca della ”University of Missouri” propone senza sperarci troppo a Chilton di riunire il gruppo per un unico concerto: asorpresa la cosa va in porto e il 25 aprile 1993 Chilton e il fido Stephens, affiancati per l’occasione da Ken Stringfellow e Jon Auer dei Posies, grandi fan del gruppo, danno vita ad una buona performance, dalla quale verrà anche tratto un disco dal vivo. |
L’esibizione dovrebbe essere una cosa da “una volta nella vita”, ma evidentemente i semi sono stati gettati (anche se ci metteranno parecchio a germogliare) e i quattro si lasciano con l’intenzione di collaborare in futuro ad un disco nuovo del riformato gruppo: a distanza di dodici anni abbondanti da quel concerto, e a quasi trenta dalle ultime incisioni di studio della band, quel disco è ora nei negozi.
Ma in definitiva questo disco com’è?
Una schifezza raffazzonata per sfruttare quella (poca) fama postuma che il gruppo si è guadagnata in questi anni? O al contrario un capolavoro sfolgorante dove convergono idee geniali lasciate a depositare per quasi trent’anni per poi finalmente esplodere? |
Come spesso accade la verità sta nel mezzo e, se da un lato il disco non è al livello delle operedel passato, dall’altro è comunque superiore alla quasi totalità della produzione solista di Chilton degli ultimi vent’anni.
E in effetti “In Space” in molti episodi ricorda più le opere soliste di Chilton che i Big Star dei tempi che furono, ma l’apporto degli altri membri del gruppo non è comunque da sottovalutare, se non altro (ma non solo) perché fa si che si eviti quella “dispersione di talento chiltoniana”, tipica delle opere soliste del nostro, di cui ho più sopra riferito.
Non per niente la maggior parte dei pezzi sono accreditati a tutti e quattro i componenti del gruppo. |
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Senza esaminarlo pezzo per pezzo, possiamo quindi dire che il disco, soprattutto nella prima parte, si mantiene su livelli buoni e si ascolta che è un piacere, zeppo com’è di melodie e ritornelli senza tempo, semplici senza essere stupidi o banali, che ti ritrovi dopo pochi ascolti a canticchiare quasi inconsapevolmente mentre un sorriso ti affiora sul volto. |
Ovviamente, chi voglia avvicinarsi al gruppo deve necessariamente partire dalle prime opere, ma se anche voi, come il sottoscritto,nel vostro personale olimpo della musica rock tra le divinità minori avete riservato un piccolo spazio per Alex Chilton e per i Big Star difficilmente rimarrete delusi.
D’altronde, mi riuscirebbe difficile non provare simpatia per un uomo passato attraverso successi clamorosi e altrettanto clamorosi fallimenti, sopravvissuto ad assortiti cataclismi metaforici e non, che da quasi quarant’anni continua imperterrito a portare avanti la sua idea di musica, un idea fortemente personale anche se forse non originalissima, ma che neanche il famigerato uragano Katrina è stato in grado di fermare! |
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Piobove [muffs"chiocciola"libero.it] - Aprile 2006
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