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Il power metal è un genere difficile: figlio legittimo del metal classico, sua naturale evoluzione, ha sempre alternato momenti di grande creatività ad altri di appannamento. Il power è per sua natura uno stile molto tradizionalista, basato su alcune regole non scritte ma assolutamente precise: ecco perciò che proporre qualcosa di nuovo e fresco restando al suo interno risulta molto difficile, com’è difficile anche solo avere un sound personale. L’affollamento del genere, poi, dovuto al suo “quasi-boom” commerciale della fine degli anni ’90, complica ulteriormente le cose. Eppure, di quando in quando emergono dischi o band capaci di restare ligi ai dettami del power senza rinunciare a cercare la propria via, la propria personalità. Alcuni di questi tentativi vengono premiati, altri no, ma senza di essi il genere, a mio modestissimo parere, non sarebbe sopravvissuto: senza i Blind Guardian (eccezionali e innovativi) a far da contrappeso agli Edguy (band di qualità, ma ligia fino all’ultima nota ai dettami del genere), forse oggi non saremmo qui a parlare di power.
Ebbene, i Masterplan sono un gruppo che va sicuramente inserito nel novero di coloro che hanno deciso di provarci, realizzando due dischi indiscutibilmente power e altrettanto indiscutibilmente freschi, moderni, dotati di personalità; ed è quasi un paradosso che siano dei musicisti che fanno parte della storia del genere, in giro da un sacco di tempo, ad aver mostrato questo tipo di voglia di rinnovamento. Un rinnovamento che senza negare la tradizione la aggiorna per il 2000. I Masterplan sono infatti la creatura di Roland Grapow e Uli Kusch, ex-Helloween, che hanno trovato in Axel Makenrott (tastiere) e Jan S. Eckert (basso) due affidabilissimi compagni di viaggio, e in Jorn Lande un cantante degno dei grandi dei passato, dai più additato come l’erede naturale di Coverdale. Fatta questa necessaria premessa, possiamo passare a parlare nello specifico del secondo, recente album della band, intitolato Aeronautics.
Esauriti i primi 3 brani, diretti e immediati, il disco comincia a mostrare anche il proprio lato più particolare e ricercato; pezzi come I’m Not Afraid, Headbanger’s Ballroom, Falling Sparrow, Dark From The Dying e la quasi-suite finale Black In The Burn sono infatti meno facili ad un primo ascolto, meno classicamente power, e richiedono più ascolti per essere apprezzate pienamente. Anche le melodie dei suddetti brani, infatti, richiederanno un pochino di tempo per entrarvi in testa, ma appena lo faranno, state certi che sarà molto difficile farle uscire! In generale, comunque, in tutto l’album si respira un’atmosfera particolare, che personalmente ho trovato assolutamente gradevole: la band ha una gran classe e lo sa, ci gioca, senza mai cadere nell’eccessivo autocompiacimento o all’inverso nel minimalismo (che per un gruppo power è decisamente poco indicato). Solo Into the Arena risulta un po’ deludente come brano, poco incisivo, ma per il resto la qualità è decisamente alta per tutta la durata del CD. Aeronautics è abbastanza vicino al precedente Masterplan da dare un senso di familiarità con la band, ma allo stesso tempo abbastanza diverso da non esserne una mera copia. Certo, di rivoluzioni non bisogna aspettarsene, ma come dicevamo in apertura, il concetto di rivoluzione totale del sound nega completamente l’essenza del power, e gli sforzi fatti dalla band per distinguersi comunque dalla miriade di altri gruppi simili in circolazione sono più che apprezzabili e anche abbastanza riusciti, in virtù di un sound che miscela al power classico influenze alla Rainbow, chitarre molto aggressive e melodie accattivanti ma mai eccessivamente sdolcinate. In sostanza, un album da ascoltare, che potrà piacere sia ai fan del power che in generale agli amanti della buona musica (preferibilmente metal). Consigliato! Dario “Speedster” Beretta <theelite"chiocciola"interfree.it>
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