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Rush RUSH - live
Milano, Mazdapalace, 21 settembre 2004

cronaca di Pietro H.P.L. Meroni
e Albyrinth

“Bob Dylan ci ha insegnato che puoi scrivere una canzone sul fall-out nucleare e può comunque essere divertente” Pete Townshend

Milano, Mazdapalace, 21 settembre 2004: “Abbiamo un milione di canzoni da suonare per voi!” dice Geddy Lee con la sua solita voce stridula, e per un istante il fan dei Rush non dubita che, effettivamente, i tre canadesi possano farlo davvero.
I Rush hanno portato all’estremo la “rivoluzione” concettuale introdotta da Dylan nel rock di cui parla Pete Townshend, nella frase che ho citato in apertura: i Rush (nella persona di Neil Peart, batterista e autore dei testi, soprannome “The Professor”) hanno scritto una canzone sulla costruzione della bomba atomica, anticipando di più di dieci anni la piece teatrale “Copenhagen” di Michael Frayn; i Rush hanno scritto una canzone sulla presa della Bastiglia; i Rush hanno scritto una canzone su Cignus X-1, un buco nero; i Rush hanno scritto una canzone sui campi di concentramento; i Rush hanno scritto una canzone su Tom Sawyer; i Rush hanno scritto una canzone sul fatto che le ruote sono sia un mezzo di trasporto che un mezzo di tortura; i Rush hanno scritto una quadrilogia sulla paura di impostazione psicanalitica; i Rush hanno scritto una canzone sulla luccicanza astronomica della Terra. E infine, in momenti di scarsa originalità, hanno scritto canzoncine sull’inutilità del suicidio, sulla velocità della luce, sull’omosessualità e sulla tragedia del 9/11.
I fan dei Rush sono studenti universitari, chimici, professori di economia statistica (volete la prova? Guardate qui... , pazzi lunatici e paranoici (volete la prova? ) e, con ogni probabilità, fisici nucleari.

Tutto questo, unito al fatto che, fra tutti e tre, sono brutti come il peccato, non ha certo contribuito in trent’anni a rendere i Rush un gruppo “cool”: al contrario, sono sempre stati un gruppo per nerd, frustrati, timidi, per le “secchie” della classe come si diceva ai miei tempi.
Eppure.
Eppure, la cosa che più ha dimostrato il grandissimo concerto di ieri sera, oltre al fatto che ci sono moltissime belle ragazze che amano i Rush, è che i Rush fanno musica immensamente, incredibilmente, sorprendentemente, insospettabilmente, gioiosamente, solarmente, pazzamente godibile.
Alcuni non concepiscono nemmeno che i termini “Rush” e “godibile” possano stare nella stessa frase: quegli alcuni non c’erano, ieri sera, quando, dopo la medley iniziale, le note di “The Spirit of Radio” si sono sparse come luce di sole su tutto il pubblico, e in un piccolo, magico istante tutti sono stati felici.
Sì, felici, perchè quella piccola, magica canzone con la sua luminosità, la sua cantabilità, il suo coretto fatto apposta per batterci le mani, le sue incursioni nel reggae, diventa qualcosa di irresistibile, un’onda, come se le “invisible airwaves” ti investissero davvero e ti caricassero di un’energia che non avevi mai sospettato.
E da quella prima canzone, non si scappa più. I Rush ti catturano con il loro modo di suonare incredibile, fortissimamente fisico: il loro sound è pieno, pienissimo, soprattutto Lee e Peart creano una tale complessità di texture sonore, che non c’è un solo istante in cui una canzone sembri “vuota” o poco sostenuta. Lifeson, da parte sua, porta all’estremo il suo vocabolario chitarristico, con note lunghissime e una profusione d’effetti ma sempre comunque restando “caldo” e sincero, vivido, vibrante.

E poi ovviamente non si contano i siparietti sul palco, i saltelli, le corse da una parte all’altra, gli ammicchi e i saluti verso il pubblico, Lee che continua a darsi botte in testa e a cavalcare il manico del suo Fender come se fosse la cosa più naturale del mondo, e lo spettatore viene investito da quella cascata di note, basse, piene, morbide, seducenti.
Ma la bravura a suonare, altro clichè dei Rush, non deve essere vista con la solita aria di freddezza, di gelido apprezzamento tecnico che possono avere gli “addetti ai lavori”: c’è vera gioia, anche per un semplice ascoltatore, nel vedere (e nel sentire) una batteria fantasiosa e funambolica, un basso che fa cose che di solito i bassi non fanno con una semplicità ed una naturalezza assolutamente irresistibili, una chitarra che spezza la dicotomia fra ritmica e solista e diventa uno strumento onnipresente, ricchissimo di variazioni.
Ma le canzoni, le canzoni.

Le canzoni sono il fulcro di tutto. Perchè le canzoni dimostrano una cosa: che i Rush sono probabilmente la rock band più ottimista sulla faccia del pianeta. Non c’è una canzone, anche di argomento amaro, che non abbia una sua gioia interna, che non scateni gioia nello spettatore: “Red Barchetta”, la più grande canzone dell’Universo sulle automobili; “Subdivisions”, l’inno di tutti i reietti, gli sfigati, di quelli che a scuola erano gli zerbini; “Earthshine” con le sue melodie vocali che ti rapiscono; “Mysthic Rythms” con le incredibili percussioni di Peart; la grandissima sensazione di libertà di “Dreamline”; la follia di “Roll the Bones”, con l’ormai storico scheletro rapper; l’eccezionale auto-affermazione di “One Little Victory” e “The Trees”, canzone squisitamente politica come solo i Rush potevano scriverla, dove le tensioni fra USA e Canada sono dipinte come una lotta fra gli alberi della foresta (a proposito di quel discorso su simbolismo e metafora che faceva Grant Morrison l’altro giorno... chissà se a Grant piacciono i Rush?).
Non c’è un momento di caduta, non c’è un calo. Ogni canzone è un bel momento seguito da un altro bel momento.

Ma i Rush, si sa, sono sempre stati tanto così (immaginatevi un’unghia) dal cadere nel ridicolo. Le loro non-coolness e auto-ironia sono tali e tante, il loro senso del ridicolo degno di un giapponese, che non hanno paura di smontare se stessi e di ingigantire le proprie caratteristiche “nerd”.
E così la seconda parte del concerto si apre con un irresistibile filmato che è una presa in giro dei vecchi telefilm dei Thunderbirds, con le marionette dei tre (in vendita al concerto, e prima che iniziate a ridere vi informo che sono andate esaurite) che, a bordo di un’astronave, sconfiggono un drago che imperversa per la città (ed ha appena bruciato lo stand del loro merchandise). E poi è “Tom Sawyer”.
In realtà è forse la canzone suonata peggio di tutto il concerto, con un leggero scollamento fra Peart e Lee, ma comunque in grado di galvanizzare, di nuovo, il pubblico.
La seconda parte del concerto è occupata da quelli che sono i punti fissi di un concerto dei Rush: l’esecuzione di “2112”, il loro primo storico concept (penso che lo sappiano suonare anche da addormentati oramai...), in una versione incredibilmente trascinante, dove Lifeson riesce ad inventarsi nuovi colori e nuove dettagli.

Poi l’assolo di batteria di Peart, ovvero un incubo per i non iniziati ma una costante nell’universo Rush. Un tour de force che personalmente ho trovato molto più bello di quello contenuto nel DVD “Rush in Rio”, e che ha catturato il pubblico con molti applausi a scena aperta.
“La Villa Strangiato”, infine, è un lunghissimo strumentale che rappresenta il trionfo di Lifeson: concepito, ai tempi, come una messa in musica di un suo sogno, diventa ad ogni concerto un’occasione per il corpulento chitarrista di scivolare nell’onirico, lasciandosi andare ad improvvisazioni strumentali paurose e a performance vocali di mugugnii e risate vicine al ridicolo, che riescono a strappare un sorriso persino al gelido Peart.
E si rimane sullo storico: “By-Tor” e “Xanadu”, con la loro incredibile carica e il loro assoluto virtuosismo. Ecco, la qualità dei Rush è proprio questa: non escludere mai nessuno. Per quanto complesso sia un brano, è sempre anche divertente.
Ed è il divertimento la cosa che più rimane nello spettatore. I fan dei Rush, che al termine del primo tempo si erano guardati in faccia e avevano sparato aggettivi come “incredibile” e “pazzesco”, al termine del concerto sono senza parole, folgorati e rapiti.
Passa una dolce donzella, che ha ballato su tutta “Xanadu” come se fosse su un altro pianeta, e ci dice: «Maghnifiko finale, con “Limelight”!!!».
E in effetti sì, è un magnifico finale. E voi altri che non c’eravate, continuate a vivere le vostre grige esistenze!

Pietro H.P.L. Meroni
< theelite"chiocciola"interfree.it >

Rush - foto di Enrico Salvini
Rush - foto di Enrico Salvini

La parola “evento” è decisamente abusata e la si usa per spesso a sproposito…ma il concerto milanese dei Rush ha rappresentato davvero un evento, perché in 30 anni di onorata carriera, la band canadese non aveva mai messo piede nel nostro paese. C’è voluto questo tour celebrativo del trentennale per farli decidere a tornare dopo un decennio in Europa ed a mettere finalmente l’Italia nel loro itinerario, esaudendo così il sogno di moltissimi appassionati, me compreso. E l’attesa è stata ripagata nel migliore dei modi, perché c’è solo un aggettivo che può descrivere questo concerto: fantastico. Perché vedere una band che a 50 anni suona ancora per 3 ore nette, con un’intensità, una grinta, un’energia ed una personalità spaventose, è cosa molto rara nel mondo della musica rock. Se a questo si aggiunge uno spettacolo curato fin nei minimi particolari, a partire dal palco con le due lavatrici già presenti sul “Rush in Rio” ed il distributore di merendine pieno di pupazzetti (una delle piccole manie della band), passando per l’ottimo spettacolo di luci e laser che ha accompagnato la performance dei Rush e finendo con gli ottimi filmati che hanno accompagnato l’esibizione della formazione (esilarante quello realizzato in stile Thunderbirds, scaricabile gratuitamente a questo indirizzo) si otterrà un concerto quasi perfetto.

Ma, ancora di più di tutto questo, ciò che ha reso speciale la serata è stata la scaletta; come tutte le band che sono in giro da qualche decennio, anche i Rush ultimamente avevano un set di canzoni piuttosto prevedibile e fisso ad ogni tournee, ma per questo “30th anniversary tour” il gruppo canadese ha voluto stupire tutti i fan ripescando dal passato alcune chicche che non venivano eseguite dal vivo da tempo, rinunciando ad alcuni classici come “Closer To The Heart” e “Freewill”. Non c’è dubbio che questa scelta abbia dato un sapore unico e speciale alla serata, regalando ai quasi 8000 fans accorsi al Mazdapalace il gusto della sorpresa e dell’imprevisto, soprattutto quando i Rush hanno aperto con un medley strumentale che ripercorreva alcuni successi dei loro primi album pezzi ed in seguito hanno attaccato pezzi come le stupende “Subdivisions” e “Between The Wheels” e come due classici che non suonavano da tempo immemore del calibro di “Red Barchetta” e soprattutto “Xanadu”, che ha strappato una vera e propria ovazione. Per il resto è difficile raccontare l’emozione di poter finalmente sentire dal vivo canzoni immortali come “Yyz”, “2112” (della quale hanno eseguito solo l’intro, “Temple of Syrinx” ed il finale e che ha letteralmente fatto esplodere il palazzetto), “La Villa Strangiato” (con il solito intermezzo semidemente di Alex Lifeson), lo stupendo momento acustico rappresentato da “Resist” e “Heart Full Of Soul” o la conclusiva e stupenda “Limelight”.

In poche parole una serata memorabile: la band ha suonato in maniera paurosa con un Geddy Lee in forma stratosferica che sia alla voce che al basso, un Neil Peart che come al solito lascia a bocca aperta ed un Alex Lifeson come al solito gigioneggiante, anche se decisamente statico sul palco. Ma sarebbe alquanto sbagliato guardare a questo show solo dal mero lato virtuosistico e tecnico, perché la vera forza di questo gruppo è la capacità di regalare tantissime emozioni ai propri fan con la loro musica immortale e mai monotematica. Poco altro da dire…tra centinaia di concerti visti è difficile riuscire a ricordarne uno migliore di questo. Semplicemente immensi.

Albyrinth <albyrinth“chiocciola”yahoo.it>

Rush - foto di Enrico Salvini
Rush - foto di Enrico Salvini
Photos by: Enrico Salvini - http://www.redsectorart.com