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"Soltanto oggi, a distanza dalla sua morte, ho capito quante poche canzoni da lui scritte abbiamo la parola "casa" all'interno. Era come se egli si sentisse uomo di un non-luogo", Larry Beckett. C'è chi ha paragonato quanto fatto da Tim Buckley con la propria voce ai vari operati di John Coltrane per il sax, Cecil Taylor per il pianoforte e Jimi Hendrix per la chitarra. Lui, quel piccolo uomo che suonava la chitarra, aveva creato una musica totale con estratti sonici come il jazz, il folk, il country, il blues e la psichedelica, dato che gran parte della propria discografia si sviluppò in quella California in fermentazione culturale, della stagione dell'amore e patria delle sostanze psicotrope; il tutto venne unito poi nell'intingolo della voce più bella di ogni tempo. Una voce penetrante con liriche che vanno al di fuori della natura umana, sfumature, sfaccettature e vibrazioni che sapevano trasformare una semplice canzone in una agonia laconica o in un inno alla gioia beethoviano. Suoni onomatopeici di una musica criptica, sperimentale e di difficile ascolto, o forse, lui, era semplicemente un navigatore delle stelle, ruolo in cui si immedesimò perfettamente durante la realizzazione di Starsailor, 1970 , punto di arrivo di una ricerca musicale iniziata solo un lustro prima e che vedrà in seguito una rapida decadenza vorticosa nell'assuefazione dalla droga che lo porterà a una prematura morte. Una carriera intensissima, nove dischi in solo otto anni di attività non è cosa comune, che dal semplicissimo e convenzionale folk degli esordi, passando a quello stralunato e visionario di Goodbye and Hello , raggiunge picchi massimi di sperimentazione e free form rendendo naturale l'accostamento, in questo frangente, a mostri sacri come Captain Beefheart e il suo maestro Frank Zappa. Certo, la musica era già una cosa di famiglia ; La nonna adorava Billie Holiday e Bessie Smith mentre sua madre amava Frank Sinatra, Judy Garland, Johnny Cash e Hank Williams, per cui non fu certo impresa ardua per il giovane Timothy Charles Buckley III, nato a Washington D.C. il quattordici febbraio del 1947, appassionarsi alla musica emulando il suono solitario dei vecchi cowboys. Tim cominciò a suonare il banjo e, anche se potrà sembrare strano, le proprie corde vocali; un timbro da cinque ottave e mezza allenato sin dalla giovane età urlando dietro ai tram o imitando il suono della tromba. Insomma, era già consapevole delle sue enormi potenzialità. Le fasi iniziali della propria carriera le passò con Felder al basso e Beckett alla batteria formando due gruppi, The Top Fourty Bohemians e Harlequin 3 , che mescolavano poesia e libertà all'infinito, suonando in alcuni locali della zona dediti alla musica country. La sua strada era però un'altra e se ne accorse, fortunatamente, presto. Erano gli anni '60, gli anni dell'esplosione del jazz, molte le influenze travolsero e sconvolsero il proprio modo d'intendere la musica: Mingus, Monk, Coltrane, Davis…furono davvero importanti per lo sviluppo della musicalità di Buckley che con le sue prime composizioni riescì a farsi notare da Herb Cohen, già manager di Frank Zappa. Herb si accorse del tesoro che Buckley nascondeva nella sua musica e si propose come manager per poter scritturare un contratto alle dipendenze della casa discografica Elektra. Siamo nel 1966 e così poco prima di compiere vent'anni Tim debutta con il suo primo lavoro. Prodotto da Paul Rothchild, vedi The Doors, il disco omonimo, Tim Buckley (1966) riscalda i motori e mostra tutte le potenzialità del giovane. Un disco ancora immaturo se relazionato ai successivi e forse un paragone è addirittura azzardato dato che questo resta un lavoro a sé nella sua intera produzione presentando una forma canzone che ricalca la classica del folk rock, due o tre minuti al massimo di puro splendore. Dodici tracce che si impadroniscono dello stesso creatore per elevarlo a essenza musicale, vocale; ed è proprio la sua voce che colpisce al primo impatto. Canzoni intrise di idealismo, poesia alla ricerca universale dell'amore e della voglia di restar giovani, senza mascherare le ansie e le inquietudini di un ragazzo sensibile alla ricerca della propria dimensione. Con gli arrangiamenti di Van Dyke Parks, alle tastiere e Jack Nitzsche, Billy Mundi (vedi Frank Zappa) alla batteria, Lee Underwood alla chitarra, il pregevole lato musicale è quasi assicurato. Influenze stilistiche alla Fred Neil per un folk contaminato da pop e venature appena udibili di jazz. Il viaggio con inizia con I can't see you per poi concludersi con Understand Your Man, prostrando impeto in un insieme di ballate rock e canzoni delicate, romantiche, come Valentine Melody, con arrangiamenti mai fuori posto, mai eccessivi e mai ridondanti per un album fresco e pulito. Il disco trova però contrapposizione in una vita caotica che trascinerà Buckley all'incipit del deterioramento dovuto al successo immediato; troppe responsabilità per un ragazzino. Uno che a vent'anni cantava già così, suonava già così, non sarebbe potuto vivere a lungo… A nemmeno cinquanta chilometri di distanza Mary sta vivendo in maniera drammatica quel momento, lasciata sola da Tim per motivi professionali e inconsapevole del fatto che suo marito ha una nuova relazione sentimentale, anche se i sospetti su Tim, che più di una volta l'aveva tradita, sono evidenti. Inoltre questa volta è incinta davvero, di tre mesi. Concepito verso la fine di marzo, pochi mesi dopo la sua gravidanza (prima che Tim partisse per New York, dunque), il bambino è oggetto di violente liti tra i due. Liti che si concludono con l'invito di Tim a Mary di tornarsene dai genitori nell'Orange County e quindi la separazione. Il Bambino nato al Martin Luther King Hospital di Anaeheim il 17 novembre 1966 è Jeffrey Scott, in arte Jeff Buckley . Tim viene chiamato dai Mothers Of Invention capitanati dal genio Frank Zappa e deve lasciare casa nella comunità Hippy sulle colline di Topanga per una serie di concerti al Ballroom Farm. Nel 1967, in piena summer of love esce il secondo e più maturo disco di Buckley, Goodbye and Hello. Rappresenta un enorme passo avanti nella sua ricerca sonora dato che viene abbandonata la forma strutturale della canzone per evoluzioni più libere nelle quali Buckley capisce che deve e può osare di più. Il disco prodotto da Jerry Yester vede la cooperazione dell'amico liricista Larry Beckett con cui firma importanti tracce come No Man Can Find The War , che racchiude tutta la propria drammaticità nella voce di Tim più che nell'arrangiamento stesso, Hallucinations e Morning Glory (ripresa in seguito dai Blood Sweat & Tears). Si scorge quasi una natura mistica in questo album, raccolta di poesie, coadiuvata da una innata indole. Il Jazz, tramite le percussioni, prende maggiormente corpo e con Carnival Song si sfiora l'avanguardismo, un carillon a scandire il ritornello accompagnato da un sottofondo di organetto. Pleasant Street è una delle più canzoni più rappresentative, anche per la svolta nella vita dello stesso Buckley: la strada dell'inganno e quella iniziazione alla droga andando sempre più giù ci riporta sempre ai ritornelli: “You don't remember what to say, You don't remember what to do, You don't remember where to go, You don't remember what to choose,You wheel, you steal, you feel, you kneel down...down..down..”. Sempre più giù nel tunnel della tossicodipendenza. C'è spazio anche per il lato sentimentale con I Never Asked to Be Your Mountain, dedicata alla moglie e al suo rapporto coniugale ricco di incomprensioni e litigi. Once I Was, interpretata in seguito da Jeff, permetterà alla voce di Buckley di esprimersi al pieno della propria potenza; arrivederci al vecchio Tim per lasciare posto ad un emblematico ciao , confidenziale, con il quale si prepara ad entrare nella sua seconda parte di carriera, spingere al limite estremo la propria improvvisazione vocale. Il disco, come una poesia della notte di Novalis, saluta anche l'oscurità per abbracciare i candori dell'alba con la splendida ballata, senza nessun picco particolare, Morning Glory. Il navigatore delle stelle vola a Londra, sul palco della Queen Elizabeth Hall nel 1968, per uno dei concerti più memorabili della storia. Accompagnato dal fedele amico Lee Underwood alla chitarra, dal basso di Danny Thompson e dal vibrafono di David Friedman divagherà all'interno di brani famosi, quali Hallucinations, Morning Glory e Buzzin' Fly proponendo altresì delle rarità come l'inedita Troubadour o le covers di You keep Me hanging On dei Motown e Dolphins del suo padrino Fred Neil. La registrazione di questo live rimarrà nel cassetto fino al '90, anno in cui verrà pubblicato con il nome Dream Letter dall'etichetta Rhino. Saranno proprio le numerose esibizioni live, tenute nell'arco di un biennio, a dare quella piena maturità a Tim che proprio con la traccia Dream Letter, dedicata la figlio Jeff, tornerà nelle sale di registrazione per dare vita, nel 1969, a Happy Sad. “Nel mio mondo il diavolo balla e lancia la sua sfida ad abbandonare la mia anima da qualche parte, finché non troverò la pace in questo mondo, canterò una canzone ovunque io possa farlo…”, tratta da Sing a Song For You e ultima traccia del disco che apre la strada alla trilogia dedicata all'espansione degli orizzonti sonici, completata in seguito da Lorca e Starsailor. In Happy Sad l'assenza di Backett gli permette una completa libertà artistica e lui non si fa certo sfuggire l'occasione. Affiorano prepotentemente le influenze jazz e in questo reticolo strutturale si sviluppa la traccia d'apertura, Strange Feelin', in cui la voce si fa strumento al cospetto del vibrafono e della chitarra mentre si narrano le difficoltà della convivenza con Jane, sua attuale fiamma. Buzzin' Fly raccoglie tutta la malinconia dell'animo di Tim e la trasforma in musica con una particolare inclinazione all'insicurezza, voce vibrante e timida. Love from room 109 at the Islander (On Pacific Coast Highway), delicata, sognatrice, si apre con il rumore delle onde dell'oceano Pacifico, la loro risacca di ricordi che riportano alla mente il figlio Jeff, poi ritrovato in Dream Letter. Sarà comunque Gypsy Woman la perla del disco che parte con l'incedere delle congas, qualche tocco di contrabbasso e rumori animaleschi prima della totale esplosione vocale, frutto della ricerca della libertà dell'animo, contorcendosi su se stesso, invano…una tempesta di emozioni e sensazioni che non lasceranno certo indifferente né l'ascoltatore né il regista. Si conclude con la già citata Sing a Song For You che rimanda a un clima di rassegnazione nella sua più totale lucidità. Sempre nel 1969 Herb Cohen fonda, seguito a ruota da Tim Buckley, l'etichetta discografica Straight Records. Tim potrà così realizzare il suo primo disco autoprodotto, Blue Afternoon, un manifesto alla malinconia. Il disco ci permette una visione intimistica della personalità del suo autore e, seppur rimarcando a grandi linee Happy Sad, si veste di toni più pacati, delicati e spirituali. Si tratta di un folk jazz raffinato nella propria indole mentre gli effetti delle sostanze morfiniche iniziano a vedersi in una musica allucinata, ipnotica. "Provo e metto a nudo tutte le influenze nella mia musica, perché è realmente tutto quello che io debba dire... questo è Buckley". Happy Time è la prima traccia del disco e subito si nota l'assenza dei virtuosismi vocali, una voce vibrante che rimane ancorata alla dimensione reale, quella delle sensazioni. Chase The Blues Away sembra interpretata per quei locali fumosi, da ghetto, in cui la gente rimane masochisticamente a contemplare le proprie disgrazie davanti a un bicchiere di whiskey ascoltando una voce quasi impercettibile che si delinea sopra un jazz laconico, voce che si tramuterà in lamento in I Must Have Been. Il ritmo riprende quota con The River, esplodendo poi con So Lonely. Sarà solo una illusione, illusione che troverà casa in Cafè e Blue Melody prima di raggiungere il caos totale dell'anima con The Train, un free jazz iniziale che si conclude in un folk allucinato, blueseggiante e rabbioso. La conclusione che non ti aspetti! In due consecutive serate, rispettivamente tre e quattro settembre del 1969, Tim si esibisce a Los Angeles al Troubadour, da cui verrà registrato il rispettivo live, Live at Troubadour. Una sezione di tagli relativamente giudiziosa. Si presenta, per questa importante piazza, con la sua band usuale composta da Lee Underwood alla chitarra, John Balkin al basso, Art Trip alla batteria e Collins alle percussioni, congas. Sarà però il 1970 l'anno che lo consacrerà per sempre nella leggenda, cambiando nuovamente rotta e gettandosi in una ricerca di free folk e sperimentalismo jazz mentre nella vita privata romperà definitivamente i suoi rapporti con Jane. Da tutto questo prenderà vita Lorca, tributo a Federico Garcia Lorca, uno dei massimi poeti spagnoli perito durante la guerra civile franchista nel 1936. Richiamando le liriche del grande poeta, in una dimensione onirica, la prima traccia, Lorca , sembra accostarsi a In a Silent Way di Miles Davis. Un organo scoordinato, ritmi swing che si muovono nella totale casualità, mentre la voce riesce a spostare tutto in secondo piano in un brano denso di sentimenti drammatici, fatti di paura e insicurezza. Anonymous Proposition si sposta attraverso melodie epilettiche, nichiliste e vuote, nella calma strumentale in cui fanno a capo la chitarra e il basso. Seguirà lo stesso tema I Had A Talk With My Woman, brano già proposto nel Live at Troubadour, in cui le congas lasceranno un attimo di respiro dall'opprimenza trasudata nei solchi precedenti. Il capitolo conclusivo passerà prima per Driftin', che ricalca in qualche modo le atmosfere orientaleggianti con acuti tocchi di blues, e poi per Nobody Walkin', solitamente accostata a Gipsy Woman, forse per quel piano carico di vita o per l'incedere violento delle percussioni; fatto sta che questra traccia è semplicemente un modo d'ironizzare, ridendo in faccia allo specchio della vita anche se, il Nostro, è ormai sotto la coperta calda dell'eroina. Il diciannove aprile del 1970 Tim sposa Judy Sutcliffe e nello stesso periodo riallaccia i rapporti artistici col vecchio amico Larry Backett. Frutto di questa rinnovata collaborazione sarà l'indimenticabile Starsailor, il navigatore delle stelle nel suo splendore, “l'indipendenza dal mondo del pop e dalle classifiche”, come lo stesso Buckley definì il disco, nel quale la psichedelica e il jazz vengono spinti ai loro apici. Vengono ripescati i virtuosismi vocali mancanti in Blue Afternoon e subentra il sax di Bunk Gardner, sempre con Frank Zappa nei Mother Of Invention. Anticamera della schizofrenia è la voce di Buckley abbracciata a strumenti che suonano in apparente casualità a iniziare da Come Here Woman, compiacimento del free form e, come detto in precedenza, paragonato a quel piccolo genio del Cuore di Bue. Si placa il timbro vocale in I Woke Up prima della gestazione animalesca che troviamo in Monterey, molto vicina alla psichedelica, acuti, rantoli, suoni onomatopeici, urli strazianti e straziati. Ironico l'intermezzo dato da Mouline Rouge che forse risulta un po' fuori luogo all'interno di Starsailor anche se non c'è ormai più una logica ben precisa da seguire. Romantica Song to the Siren, allucinata Jungle Fire che si potrebbe riallacciare a Monterey, e Starsailor, incisioni su incisioni per raggiungere il capolavoro! Funambolismo di corde vocali, suoni soffusi in sottofondo in un ambiente ultraterreno, cotonato, dove la mente non deve e non può restare lucida. Il disco si chiude con la jazzante The Healing Festival e Down by The Borderline in cui il sax ricopre il ruolo di attore primario, un brano forse più convenzionale nella sua struttura rispetto ai precedenti. Il disco spiazzerà i numerosi fans di Tim che accoglieranno con indifferenza e perplessità la sua uscita a causa dei tempi dispari e delle melodie strambe ancor più accentuate nelle esibizioni live. Le vendite saranno l'ennesima delusione e per lenire a questa sofferenza Tim inizia a bere in modo spropositato causando la fine dell'attività concertistica. Seguono
due anni in cui viene escluso dalla scena musicale a causa degli impresari
che gli rifiutano l'ingaggio per le esibizioni dal vivo . “Sono
stato fermato dalla Warner Bros. dicendo ‘Vi prego! Nient'altro!'.
Non ho combattuto molto allora perché avevo una sindrome da esaurimento.
Una specie di rinfresco prima di tornare a scrivere canzoni orientate
maggiormente alla lirica(…)”, queste le parole di Buckley
a Michael Davis che gli chiese cosa successe dopo l'uscita di Starsailor.
Fatto sta che Tim ritornò in studio solo nel 1972 con confusi progetti
di black music. Dimostrazione del fatto sarà il disco successivo,
Greetings From L.A., un combo di funk e jazz
con la voce svogliata di Tim. Il disco presenta comunque ancora punte
apprezzabili quali, Sweet Surrender e Devil Eyes . Vende
meglio dei precedenti, risultato abbastanza scontato, e getta le basi
per un prosieguo leggermente migliore, una svolta di stile, in cui Buckley
cade però nella commercialità: Sefronia,
1973. Stilisticamente è superiore al precedente aprendo le danze
con la sua famosa cover di Fred Neil, Dolphins , già proposta
in occasioni precedenti e la cover di Martha, tratta dell'album
d'esordio di Tom Waits. Il resto però ci presenta canzoni orecchiabili,
senza particolare mordente e senza quei voli acrobatici che avevano tanto
impressionato in Lorca, Happy Sad
e Starsailor; una critica cattiva può
essere impuntata solo su questo, conoscendo le sue potenzialità
avrebbe potuto donarci l'ennesimo capolavoro e invece…nemmeno la
rilettura di Sally Go ‘Round The Roses , una vecchia traccia
del 1963, riuscirà a dare il balzo tanto atteso in Sefronia.
La vena creativa di Buckley sembra ormai al tramonto e nel 1974, un anno
prima della sua morte, esce Look At The Fool,
titolo autoironico che non riesce a ripetere la propria genialità
all'interno delle dieci tracce che lo compongono. Leggero soul e jazzy,
insieme di generi costretti da una voce convenzionale. Dello stesso anno
sarà la sua seconda ed ultima apparizione europea, una seduta radiofonica
senza notevoli conseguenze. Il 29 giugno del 1975 dopo una serata passata
a casa dell'amico Richard Keeling viene portato a casa dalla moglie Judy
ma alle 21:42 muore all'ospedale di Santa Monica dopo l'inutile tentativo
di rianimazione a causa di una fatale overdose. Così la voce degli
angeli raggiunge inconsapevolmente il paradiso, il navigatore delle stelle
ha portato via con se un pezzo importante di rock. Nessuno sentirà
più la sua voce, se non in quei nove dischi in otto anni che ci
ha lasciato…poi diciamocelo pure, sulle ultime uscite discografiche
possiamo anche chiudere un occhio, o forse tapparci le orecchie, perché
certe cose vanno perdonate a una persona che ci ha regalato così
tanto! Tra le produzione postume, oltre a quelle già citate come
Dream Letter e Live at The Troubadour,
vanno ricordate, per gli appassionati, Honeyman,
esibizione dal vivo nel 1973, The Copenhagen Tape
che riprende l'esibizione del 1968, Works in Progress
, una raccolta di inediti in studio dello stesso anno, The
Dream Belongs To Me , inediti dal 1968 al 1973 e Morning
Glory.
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