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I Violent Femmes furono quanto più innovativo e originale il panorama degli anni ’80 potè offrirci. Loro non seguirono mai una strada ben definita nella loro carriera musicale, così come non si stabilizzarono mai all’interno di un genere specifico, ma seppero raccoglierle tutte le mode del tempo, elaborarle e trasformale in loro un marchio di fabbrica che in pochissimi anni li tramutò in una band culto della scena underground americana. Peculiarità del trio fu soprattutto l’abile mantenimento dell’equilibrio musicale tra minimalismo strumentale e qualità degli arrangiamenti; infatti senza particolari esigenze tecniche seppero tramutare la loro musica in un coacervo di suoni, note melodiche e rumori, senza mai strabordare nell’eccesso e senza mai diventare tediosi. La loro musica, mai nulla di più sghembo…è un cumulo di ballate acustiche allucinate costruite principalmente sopra la fusione del country, folk e punk, almeno così la definirono loro, molto vicina alle prime uscite di Jonathan Richman (Modern Lovers), con l’aggiunta di un certo nichilismo che rimembra immediatamente gli espedienti di Lou Reed e dei suoi Velvet Underground. Dopo questo breve preambolo è ora d’iniziare a parlare concretamente dei Violent Femmes. Si formano nel 1980 a Milwaukee dall’incontro tra il bassista, polistrumentista Brian Ritchie e il batterista, percussionista Victor De Lorenzo. Sarà solo l’anno seguente che vedrà l’innesto del musicista dilettante figlio di un predicatore battista, Gordon Gano. In realtà Ritchie e Gano, all’epoca studente, avevano già suonato insieme per la cerimonia della National Honor Society, esibizione che causò alcuni tumulti portando all’espulsione dello stesso Gordon dalla società e la sospensione dalla scuola, motivazione:oltraggio. L’entrata in scena di Gano, cantante, chitarrista e songwriter, mutò immediatamente il perno attorno al quale girava il mondo dei Violent Femmes; era infatti lui la mente, l’anima e il cuore della band e da lui partivano tutte le idee. Davvero curiosa è la derivazione della denominazione del trio, “Violent” sappiamo tutti cosa significhi, mentre “Femmes”, per molti indicante una famosa marca di assorbenti, è in realtà uno slang di Milwaukee con il quale si era soliti indicare i travestiti che si prostituivano per strada; un nome davvero d’immediato impatto. Erano musicisti di strada in fondo, con musiche prese dalla strada e proprio in una di quelle vie iniziò la loro carriera da professionisti. Notato il loro innato talento da James Honeymann, chitarrista dei Pretenders, vengono estrapolati dal contesto cittadino per approdare a New York nella qualità di band di supporto.La piccola notorietà è garantita e l’accoglienza del pubblico gli frutta così, nell’arco di poche settimane, un contratto discografico con l’etichetta Slash. L’esordio del trio è del 1983 con Violent Femmes, disco omonimo composto soltanto da dieci canzoni, poco più di quaranta minuti di pop, folk e punk cantato sopra ovvie frustrazioni post adolescenziali e con strumenti spartani, spalanca le porte del rock delineando una nuova traiettoria da seguire, lontana anni luce dal post punk, dalla new wave, dal dream pop o da tutte le mode che impazzavano all’epoca…il disco d’esordio da l’incipit ad Hallowed Ground (1984) in cui la band, con maggiore sicurezza nei propri mezzi e grazie anche alla collaborazione degli Horns of Dilemma, tra cui spicca un certo John Zorn, aumenta il proprio eclettismo, la propria ispirazione al jazz, genere tanto caro a Brian Ritchie, e la propria energia irrisoria e ironica trasudata dalla voce di Gano. Strumentazione grezza, ma cosa importa se si ha voglia davvero di fare musica, un basso e una chitarra acustica, un timpano ricoperto da un secchio di latta, una batteria da suonare in piedi, un rullante e un tranceaphone…il sax di Zorn, il clarinetto di Tanner, il banjo di Trischka, il piano di Van Hecke, l’armonica di Balestrieri come contorno e via, questa si che è musica! Hallowed Ground non ha nulla da invidiare all’LP precedente, anzi risulta esserne una evoluzione darwiniana, una sorta di completamento e perfezionamento nella propria essenza. Prodotto
da Mark Van Hecke, Hallowed Ground apre la propria
marcia d’amore e odio nei confronti della religione con Country
Death Song. Questa prima traccia segna una svolta importante della
loro musica, si nota infatti un’impronta marcatamente country, cowboys
targati U.S.A. e guidati dal banjo di Trischka, articolandosi tra tradizioni
Appalache e uccisioni di bambini con la voce ironica di Gano che ripete
“I started making plans to kill my own kind.
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