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DURAN DURAN "ASTRONAUT", 2004

DURAN DURAN
Astronaut

2004, Epic/Sony Music

Captatio benevolentiae

Il motivo per cui i Duran Duran sono stati così tanto strapazzati dal giornalismo musicale degli anni ottanta risiede principalmente nelle frustrazioni dei critici stessi. Parlare male dei 5 di Birmingham fu, per almeno un lustro, il passatempo preferito delle eminenze grigie dei vari Melody Maker e New Musical Express. La maggior parte delle loro recensioni si basava su paralogismi dolosi, discorsi finto logici in piena mala fede. In altre parole, i dischi dei Duran Duran erano giudicati con gli stessi canoni usati per valutare il rock “alto”, gli stessi criteri adoperati per Highway 61 Revisited o per One Size Fits All. Misurare Rio con le stesse regole con cui si parla di Sgt. Pepper's è una vigliaccata, e tuttavia fu la via più facile per rendere credibili ed autorevoli le posizioni di tanta critica rampante, sempre a caccia delle streghe, per un’anelata rispettabilità. La musica dei Duran, etichettata subito come new romantic, traeva le maggiori aspirazioni dall’ultimo Bowie, dai Roxy Music e non disdegnava la prepotente ritmica funky-disco à la Chic. Specie nel primo album, più livido e oscuro, erano presenti anche certi stilemi new wave. Insomma, era più che evidente che i Duran Duran si muovessero nell’ambito, neanche troppo neonato, della pop music, ma non fu sotto questa egida che furono valutati. Giudicarli nel loro giusto circuito, avrebbe fatto correre il rischio di ammettere l’esistenza del loro talento di entertainers capaci di sfornare delle formidabili pop songs seconde per qualità soltanto al Michael Jackson ispirato dal genio di Quincy Jones. Negli anni del governo Tatcher era comprensibilmente impopolare esaltare le qualità di 5 bellocci cotonati che vestivano in lino. Era di certo più edificante parlarne male e infatti pochi critici andarono al di là dei «due pesi, due misure». Nessuno avrebbe mai sognato di scrivere che, forse, certi dischi dei Duran Duran fossero cento volte più interessanti di alcuni album contemporanei di mostri sacri come i Queen o Bowie… Ma questa è acqua passata ormai, e ci hanno pensato i Take That, gli East 17 e i Blue a far rimpiangere i Duran Duran, insieme ai tributi di nomi come Hole, Deftones e Smashing Pumpkins.

L’Astronauta

Sunrise, il nuovo singolo della storica line-up della band, che da qualche settimana è in heavy rotation su tutte le radio, sembra riprendere il discorso ripartendo dal 1985, quando i “Fab Five” si ridimensionarono in un trio, che con gli anni sarebbe diventato un duo con l’aggiunta di Warren Cuccurullo, un buon chitarrista scuola Frank Zappa, certo… ma, a dirla tutta, un po’ fuori dallo spirito dei primi, gloriosi Duran Duran. Si tratta di una canzone classicamente duran: basso in primo piano, chitarra impastata col synth, un Le Bon d’annata, due piccole strofe e un ritornello urlato con la stessa convinzione di classici come The Reflex o Is There Something I Should Know? Tre minuti e mezzo al fulmicotone, puro esprit de duran. Nel resto dell’album questo ritorno al passato è meno palese, perché Astronaut è un disco col cuore nel 1982 e i piedi nel 2004 ed è questa la sua formula vincente. Non si era ascoltato un disco dei Duran Duran tanto convincente dai tempi del Wedding Album. Want You More! è tra le tracce più interessanti: l’arrangiamento è aggressivo, con dei bei riffoni di chitarra filtrati, un Nick Rhodes in grande spolvero e un ritornello che giureresti tratto da Seven And The Ragged Tiger. Bedroom Toys risente fortemente della produzione di Nile Rodgers: è un gradevole ritorno al funky bianco di Notorious. What Happens Tomorrow, probabilmente il nuovo singolo, propone un format in cui i Duran sono sempre stati tra i migliori: la ballata energica, il lento che non è “lento”. Lonely In Your Nightmare, Do You Believe In Shame? e Come Undone sono i modelli precedenti più vicini. Taste Of Summer è magnificamente disimpegnata, una canzone vecchio stampo con un ritornello adolescenziale che vent’anni fa sarebbe stata la giusta colonna sonora a tanti isterismi adolescenziali. Anche Finest Hour nasconde dietro una produzione più che mai attuale, un irresistibile aroma eighties. Molto più “cool” il groove della title track, dal vago sapore R&B, destinata soprattutto ad un pubblico che, quando uscì Planet Earth, doveva ancora nascere. L’impressione generale è che Astronaut sia un ottimo disco, un lavoro che accontenta i vecchi fans e le nuove generazioni con la massima spontaneità, senza imbarazzi di sorta. Certo, chi si aspettava un Rio, The Sequel ne rimarrà probabilmente deluso. Ma New Religion e The Chauffeur non sono ripetibili se non nei concerti, ed è giusto e saggio non scomodare gli dèi.
Ah, dimenticavo, sono solo canzonette.

JANQUITO

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