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THE CARTER FAMILY
di Pino Paoliello
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Per curiosità, ma soprattutto perché non avevo nulla di meglio da fare, sono andato a rileggermi, uno dopo l’altro, tutti i miei pezzi che fumettidicarta ha avuto la bontà di pubblicare. Avevo voglia di ripercorrere un anno della mia vita attraverso ciò che mi era stato talmente a cuore da scriverne su queste pagine virtuali, ma per me realissime. Devo dire che se c’è uno che “non sta sulla notizia”, per usare un gergo giornalistico, quello sono io. Ho parlato di un solo album quasi in tempo reale. Tutti gli altri invece risalenti alle epoche d’oro del soul, blues e country. Ed ora il colpo di grazia con artisti le cui prime incisioni datano 1927. Tanto per gradire.
La famiglia Carter infatti incise il primo brano nell’agosto 1927. Dissi in un’altra occasione che il country era per l’uomo bianco ciò che il blues era per l’afroamericano. Nulla esemplifica ciò meglio di una raccolta di brani della “first family of country music”.
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Trio composto da A.P. (Alvin Pleasant) Carter, sua moglie Sara e la di lei cugina Maybelle (che poi sposerà Ezra Carter, fratello di A.P.), la CarterFamily viene giustamente annoverata tra le figure cardine di tutta la musica pop americana. Immane fu l’influenza avuta da questo trio della Virginia su una schiera di musicisti che decenni dopo la critica avrebbe osannato come veri e propri dei in terra. Un nome su tutti, anzi due: Elvis Presley e Bob Dylan. I primi due nomi di una pletora di artisti che comprende anche Joan Baez e Woody Guthrie, passando per Emmylou Harris. Tutti, in un modo o nell’altro, debitori della famiglia Carter, vuoi per i brani presi in prestito e mai più restituiti (“Are you lonesome tonight?” di Elvis fu incisa per la prima volta dai nostri nel 1936), vuoi per il classico modo folk-country di suonare la chitarra detto appunto Carter-picking, (probabilmente in un mondo “maschilista” come è quello dei chitarristi, Maybelle Carter è l’unica donna che può vantare una tecnica a suo nome!). |
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Tutta questa considerazione però deriva in prima istanza dalle canzoni incise dalla famiglia virginiana (il resto è un prezioso surplus). Brani che descrivono in modo vivido ciò che erano gli stati rurali degli USA a ridosso della grande depressione del ’29. Gente che doveva letteralmente spaccarsi la schiena nei campi per vivere una vita dignitosa (condizione non molto diversa da quella degli afroamericani che non erano più schiavi soltanto da qualche decennio) e sperare in un futuro migliore almeno per i propri figli. Canzoni come “John Hardy was a desperate little man”, “Bury me under the willow tree”, “Worried man blues” fin dal loro titolo ci consegnano un’istantanea di un paese che ancora non è la superpotenza che tutti conosciamo e che addirittura superpotenza potrebbe non diventarlo mai in seguito alla crisi post 1929. Vi sono però anche visioni di un paese con prati di rose che sanno d’amore (“Longing for old Virginia”)o di solitudine (“Lonesome valley”)o di dolore intimo che non ha però cittadinanza in paradiso (“No depression in Heaven”).
Altro tema presente in tanti brani della Carter Family è la nostalgia di casa, cosa comune a molti degli acquirenti dei loro 78 giri. “My home is across the blue ridge mountain”, “The mountains of Tennessee”, “My clinch mountain home” non sono che alcuni dei pezzi che la famiglia dedica a quelle montagne che possiamo considerare la “loro” casa. Da notare poi come nell’ultimo dei brani citati, l’intro di chitarra ed il cantato di A.P. Carter (non sempre presente come voce in tutti i brani, anche se ne era l’autore) potrebbero benissimo essere opera di un raccoglitore di cotone di colore, tanta è la sofferenza che traspare dal suo strumento e dalla sua voce (tanto per tornare al punto di partenza, cioè che il country -questo country- è il blues dei bianchi).
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E poi c’è la canzone che dà il titolo a più di una raccolta dei lavori della Carter Family: “Can the circle be unbroken?”. E’ un brano di una tale potenza evocativa che, se capite l’inglese, facilmente vi farà venire gli occhi lucidi. Vi troverete al fianco delle “narratrici” mentre il corpo senza vita della madre viene trasportato per l’ultimo viaggio; ed ancora sarete a fianco di Sara e Maybelle quando, tornate a casa, la troveranno vuota e triste. Straziante.
Sul versante opposto invece, un brano ricco di speranza come “Keep on the sunny side”. Allegro nel suo incedere tipicamente folk (evidenti e mai celate le influenze di certe ballate irlandesi a cui il country deve un buon cinquanta per cento del suo DNA), sostenuto dai cori del trio viene portato a conclusione da un tipico esempio del “Carter picking style” (melodia suonata con le corde basse della chitarra, ritmo con quelle alte). Dimostrazione, come se ce ne fosse bisogno, della estrema versatilità di quella che possiamo considerare la prima “band” in senso moderno della storia della musica pop. |
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Come detto le prime incisioni risalgono al 1927 per la Victor (poi RCA-Victor), mentre le ultime datano ai primi anni ’50. Il gruppo si sciolse definitivamente nel 1956, quando A.P. e Sara erano già divorziati.
E’ interessante notare come però la maggior influenza della famiglia Carter la si possa ritrovare negli anni ’60, il periodo per intenderci del folk-revival in cui vennero fuori i vari Dylan, Guthrie, Baez. Un ritorno di fiamma che permise alle cugine Sara e Maybelle di tornare a nuova visibilità. Visibilità mantenuta da Maybelle anche grazie alle sue tre figlie, musiciste anch’esse, con cui andava in tour negli USA, sovente come spalla di Johnny Cash (June Carter, figlia di Maybelle, ne diverrà la seconda moglie).
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Molto ci sarebbe ancora da dire della Carter Family, a cominciare dal loro programma per una delle più importanti “border radio stations” d’America, la XERA, che trasmetteva dal suolo messicano al confine col Texas in modo da potersi permettere una potenza vietata in patria (un milione di watt contro irisibili 50.000 permessi in suolo USA!) che le faceva raggiungere tranquillamente gli ascoltatori del Canada!
Risulterei però oltremodo didascalico e pesante, quindi mi fermo qui, non prima però di consigliarvi una bella ed economicissima raccolta della PRIMO, intitolata “CAN THE CIRCLE BE UNBROKEN”, rintracciabile su molti siti di e-commerce statunitensi o britannici (insomma...Amazon e Play).
Se vi piace la musica ma non sapete suonare alcuno strumento, state attenti. Molti di questi brani potrebbero farvi venire la voglia incontrollabile di comprare una chitarra ed imparare a strimpellarla, giusto per il gusto di urlare: |
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It takes a worried man,
to sing a worried song,
It takes a worried man,
to sing a worried song,
I’m worried now
but Iwon’t be worried long. |
Pino Paoliello [theeleite_at_interfree.it] - Dicembre 2006
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