Le riflessioni di oggi mi girano in testa da più di un anno, da quando ho ascoltato gli ultimi lavori di Dave Gilmour, "On an Island" e di Kate Bush, "Aerial".
Facciamo un passo indietro.
Due dei miei "idoli" musicali, il grande chitarrista dei Floyd e la "Fattucchiera del Progressive colto", Mrs. Catherine Bush, sono legati dal fatto che il primo produsse la seconda quando era ancora solo una giovane promessa.
Nell'ottica di Gilmour, la musicista emergente aveva le potenzialità per diventare una raffinata artista di "nicchia", magari molto amata dalla critica e dal pubblico dal palato esigente (un po' come Joni Mitchell), ma difficilmente avrebbe potuto avere un vasto seguito. I fatti smentirono le premesse, e Kate non solo ebbe un ottimo successo iniziale col famoso "Wuthering heights" ma, attraverso gli anni, conquistò uno status notevole, il cui apice (storico, se non artistico) fu il LP "Hounds of Love".
Innumerevoli i musicisti che professano l'ammirazione per quest’artista, sempre al di fuori dal meccanismo commerciale, praticamente mai esibitasi dal vivo, che fa dischi solo quando le pare, poi magari progetta il passo seguente lungo l'arco di ben 12 anni.
Gilmour confessò anche di aver scritto "Confortably Numb", uno dei caposaldi per ogni Pinkiano del pianeta, pensando alla voce di Kate.
Veniamo ad oggi. Nel 2005 esce il tanto atteso "Aerial", disco doppio della cantante del Kent, del quale si favoleggiava da tanto tanto tempo: sembrava essere una leggenda, come il Bigfoot.
Nonostante sia un netto passo avanti dal confuso ultimo lavoro del 1993, "The Red Shoes", devo confessare che il CD non mi sembra raggiungere le vette che Kate calpestò fieramente nel suo passato, anzi non ci si avvicina neanche. Tutto è molto nitido, preciso, direi luminoso, ma la sensazione principale che ho provato è stata l'aspettativa continua (e negata) del guizzo risolutore, dell'esplosione energetica, del passaggio sconcertante.
Se avrete la pazienza di seguirmi (come dice Alberto Angela), più in là proverò a dare una spiegazione del perché.
Prima voglio passare a Gilmour il quale, ormai deposte le gloriose insegne Rosa, ha concepito un CD sottilmente lavorato, che già dalla grafica di copertina si dimostra prodotto di altissima qualità.
Ma anche qui, seguire Dave nelle sue peregrinazioni sonore sull'isola lascia un retrogusto dolciastro, delicato, ma ben lontano dal sublime. Spesso i ritmi scivolano in soffusi tre quarti, le armonizzazioni abbondano in maggiori settime aumentate, da sempre evocatrici di soffici languori, di spleen crepuscolare.
Chi si aspettasse la chitarra graffiante, pirotecnica di "Sorrow", il canto grintoso e roco di "Keep Talking", il cupo salmodiare di "High Hopes" può rinunciarci: lo si capisce dopo poche battute del brano di apertura.
I tamburi accompagnano con spazzolata discrezione, le ritmiche non si fanno mai avanti, incalzanti, a disturbare l'incanto.
In entrambi i dischi prevale una visione dorata, luministica.
In "Aerial" numerosi sono i rimandi alla pittura, affreschi senza dubbio di tipo vedutistico, descrittivo, non certo onirici o inquietanti. Ci sono anche richiami all'architettura, e tutto il disco risulta infatti una costruzione impeccabile, pensata.
I disegni sul pregevole libretto di "On an Island" sono, allo stesso modo, decorativi, ben fatti, piacevoli.
Su tutto predomina il sentimento della natura: in "Aerial" abbondano canti di uccelli, cieli, marine, notturni, tramonti... Gilmour risponde con il suo personale paradiso in terra, onde che si infrangono, suoni di campane, mulini a vento, gabbiani. E questo già è un punto da valutare.
L'ispirazione naturalistica, a mia memoria, ha dato ben pochi capolavori nell'ambito del rock (a meno di non voler inserire in tale categoria "Atom Heart Mother" o "Close To The Edge"), non perché non sia un tema valido, ma perché spesso ciò mette in secondo piano la condizione umana; un po' come accade nei film di Terence Mallick, in cui la natura rigogliosa domina, incurante delle storie e delle miserie dei personaggi.
Il cuore pulsante del rock, fatto spesso di sfide, denunce, drammi e frustrazioni, mal sopporta di venire annacquato con ambientazioni atmosferiche.
Riflettendoci ulteriormente, appare evidente un altro punto di contatto fra i due lavori: le personali storie di Kate e Dave, al momento presente, parlano di amore realizzato.
E’ coinvolta in una relazione stabile Kate, madre di un figlio di sette anni cui dedica un appassionato omaggio in "Bertie", in cui ripete più volte il nome del ragazzino, come fa giustamente ogni madre che ama il proprio cucciolo.
In modo analogo, Dave è appagato, nel rapporto con la sua partner Polly Samson, con la quale divide talora anche il momento compositivo, rendendola parte attiva della sua visione musicale. La passeggiata alla fine dell'ultimo brano "Where We Start" li vede mano nella mano come due fidanzatini, o come due coniugi sereni avviati verso una tranquilla terza età.
In altre parole: Kate e Dave, ognuno per suo conto, sono felici, in stato di grazia: hanno l'amore, possiedono case in luoghi di sogno, cantano, suonano, nuotano.
E' giusto che stiano bene, e noi che li amiamo siamo contenti per loro.
Ma ciò vuol dire che la loro arte vera, che ricordiamo vivamente, veniva fuori come fuoco dalla giovinezza, dalle avversità, dai sogni e dalle incazzature.
Veniva fuori dalla capacità che aveva Gilmour di non voltarsi altrove e indugiare con lo sguardo sull'infelicità umana e le paranoie della modernità. Veniva fuori dalla pazzia che più volte, nella storia dei Floyd, l'aveva sfiorato senza annichilirlo, rendendolo anzi più forte e lucido.
Sull'altro versante, l’energia derivava dalle stregate atmosfere che Kate (giovane baccante dai capelli sconquassati dal vento) traeva dagli incubi dell'Hammer Horror o delle catastrofi nucleari di "Breathing", dalla Macchina crea-Tempesta di "Cloudbusting".
Vengono a proposito alcune parole pronunciate negli anni 80 da un altro Pink Floyd (guarda caso), Roger Waters, che descriveva Kate come " un cavallo di razza che soffre quando fa le cose. Ha come un parto. Per questo non sbaglia, perché soffre."
Ora che Kate sembra non soffrire, procede dignitosamente, ma non "partorisce" più grandi visioni.
Approfondire questo discorso ci porterebbe lontano. Si riproporrebbe l'annoso interrogativo se l'arte debba essere macerazione, se il rock sia in fondo troppo autoindulgente, perso in autocommiserazione, piegato sul proprio ombelico.
Possibile che i capolavori (almeno in questa branca specifica) nascano solo in presenza d’inquietudine, o addirittura di drammi?
Non lo so.
Ma mi vengono in mente alcune parole di James Taylor, che descrivevano il momento in cui lui si stava liberando della droga: "Se mi tolgono i miei demoni, ho paura che mi portino via anche tutti i miei angeli".
