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THE MAGNETIC FIELDS – 69 LOVE SONGS
(ristampa 2004 – Domino recording co.)
di Pino Paoliello

“You said, nobody loves me
and I said, wanna bet?”
The night you can’t remember - The Magnetic Fields

Mentre sono davanti al pc a scrivere questo pezzo sto provando quello che, se fossi uno scrittore, si avvicinerebbe moltissimo al blocco che ti paralizza davanti alla pagina bianca e ti fa sperare in una illuminazione tardiva che risolva tutto. Però non è la mancanza di ispirazione a creare questa situazione, bensì la distrazione che mi provoca l’avere come musica di sottofondo il “protagonista” di questo pezzo, ovvero 69 Love Songs.

Dal titolo, che fa il verso in modo tutto sommato delicato alla notoria posizione erotica, capirete subito da che tipo di canzoni sia composto questo lavoro dei Magnetic Fields. Ebbene sì, 69 canzoni d’amore. Un triplo album. Un unico monumento a Cupido.

Nella storia della musica pop l’amore è di gran lunga il sentimento preferito da cantare. Su questo credo ci siano pochi dubbi. Il dedicare però un intero album all’amore è già un azzardo non così diffuso. Troppo alto il rischio di confezionare un lavoro dalla qualità altalenante e dal tasso glicemico ben oltre il livello di guardia. Figurarsi quindi comporre 69 canzoni da pubblicare in un triplo album completamente dedicato al sentimento per eccellenza! Eppure l’impresa è riuscita a questo quartetto allargato e dal nome che fa molto kraut rock piuttosto che indie band.

I quattro, capitanati dal bostoniano Stephin Merritt (vero “dominus” del progetto Magnetic Fields), intraprendono, con l’ascoltatore, un viaggio lungo quasi tre ore attraverso i generi musicali per regalarci un diario che parte da “Absolutely cuckoo”, prima traccia del primo disco, per finire con “Zebra”, sessantanovesima traccia con tanto di fisarmonica a dare un tocco folkroristico.

Lungo il viaggio che vi porterà fino alla meta vi imbatterete in stili a volte antitetici tra loro come il synth-pop che più anni ‘80 non si può di “Let’s pretend we’re bunny rabbits” (chiaro omaggio ad “Enola Gay”...tanto per dare a Cesare quel che è di Cesare) e “Wi' Nae Wee bairn ye'll me beget”, titolo difficilissimo da pronunciare che ci svela un’anima irlandese impegnata a cantare, sottoforma di ballata, di sentimenti non corrisposti e di irreali (e comici)tentativi per far sì che l’amore infine trionfi.

Oppure farete la conoscenza di una gallina senza testa (“A chicken with its head cut off”), similitudine che prende vita in modo credibile se cantata dalla voce baritonale di mr.Merritt che descrive proprio in questo modo il suo cuore di innamorato che gira impazzito nel suo petto...appunto come una gallina decapitata che per un po’ continua a gironzolare impazzita nell’aia!

Come detto in apertura, i Magnetic Fields sono un quartetto aperto il cui esponente principale è Stephin Merrit, ma che vede nelle sue fila anche Claudia Gonson, la cui voce è ascoltabile in brani quali “Reno Dakota”, “Sweet-lovin’ man”, “Washington, D.C.”, canzone quest’ultima godibilissima con aggiunta di coro da cheer-leader a scandire tutte le lettere che formano la parola Washington, proprio come se fossimo in uno stadio di football americano.

Bisogna poi segnalare anche Shirley Simms, la quale presta la sua voce al brano più bello e delicato dell’intera opera: “Come back from San Francisco” (anche “Kiss me like you mean it” è stupendo e cantato dalla Simms, mi sembra giusto segnalarlo). Un semplice sottofondo di chitarra sorregge la poesia di Stephin Merritt e la voce di Shirley Simms mentre si rivolge al suo amore invitandolo a tornare indietro da San Francisco perché tutta New York City sente la sua mancanza. E poi come non lasciarsi intenerire da un verso come ‘Like the moon needs poetry, you need me’?

Questo brano mi permette inoltre di parlare di una cosa importante riguardo 69 Love Songs. Si tratta di un album che canta l’amore verso le persone, ma lo fa da più punti di vista. Non è solo l’amore eterosessuale ad essere celebrato (o rimpianto), ma anche quello omosessuale, ed in maniera tutt’altro che macchiettistica, anche perché mr.Merritt e ms.Gonson omosessuali lo sono nella vita. Insomma non si tratta di una posa. Ed è bello essere spiazzati ascoltando brani come il succitato “Come back from San Francisco” dove una donna chiede al suo uomo di non farsi distrarre dai fusti in discoteca (‘Should pretty boys in discos/distract you from your novel). Ed allora il dubbio si insinua. Sicuro che la donna stia parlando ad un uomo? Non può essere invece che si stia rivolgendo ad una donna? Insomma, il mistero resta tale, ma è giusto così. L’amore non ha bisogno di sapere il suo oggetto. Il destinatario è ininfluente. L’amore è nel soggetto che lo prova.

Lasciando da parte le libere interpretazioni, voglio segnalare un altro brano che vede un ospite come cantante: “The luckiest guy on the lower east side”. A cantarla è Dudley Klute, su una base elettronica quasi ‘glitch’ (come va di moda chiamare quei suoni minimali e storti che sono un po’ il marchio di fabbrica della Warp records) arricchita dal violino di Ida Pearle. L’effetto è strano, ma scommetto che già al secondo ascolto vi scoprirete a fischiettarla tanto è melodica e ‘catchy’.

Data la mole di questo album non mi dilungo oltre nel segnalare brani visto che il triplo cd è reperibile abbastanza facilmente al prezzo di 20 euro...un affare da non lasciarsi sfuggire. Sono inoltre presenti tutti i testi ed anche un comodo indice alfabetico che vi permette di muovervi meglio tra le 69 tracce.

E’ probabile che questa sia la prima volta che sentite parlare di questo lavoro. Vi basti solo sapere che quando uscì nel 1999, 69 Love Songs fu votato tra i migliori 10 album dell’anno da ‘Rolling Stone’, ‘Spin’, ‘Village Voice’ e ‘New York Time’. Insomma, non proprio riviste amatoriali.



Febbraio 2007

 

 

The Magnetic Fields: "69 Love Songs" - Domino recording co., 2004


Claudia Gonson


Stephin Merritt
 
 
The Magnetic Fields
 
 
Claudia Gonson
 

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