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Il gruppo eseguirà altre due o tre canzoni del nuovo album. Mi fanno tutte un’ottima impressione, in particolare una che vive tutta su un riff ritmico e abrasivo di chitarra, forse il più violento e rozzo della band. Gli altri pezzi sono tratti da Lateralus ed Ænima. Stinkfist col pubblico tutto che scandisce “I'll keep digging 'tilI I feel something”, l’esplosione “in my shadow-ah” di Forty-six & 2, la perfezione geometrica e le bordate finali di Schism,il crescendo a spirale, religioso e maestoso di Lateralus, annunciata dal (terzo) occhio psichedelico fiammeggiante proiettato in fondo al palco, continue proiezioni di corpi modificati mutati mutanti. Il concerto sta per finire, la band si riposa sedendosi proprio al centro del palco, mi piace, mi dà l’idea di un gruppo di amici seduti su un muretto e mi evita il solito noioso rito del gruppo che esce e rientra per il bis. Il pubblico urla perché continuino a suonare mentre Maynard alza un braccio chiedendo decibel e adora decibel.. Ha cantato e canta molto spesso dando le spalle al pubblico, coatto maledetto che emana carisma anche dal culo e dalle ascelle. Coatto maledetto, non posso non amarti. Il gruppo riparte con Vicarious, l’unico brano che conosco del nuovo album, che sembra un mix di riff di altre loro canzoni, frullate a velocità doppia, dal vivo rende meglio, forse grazie alla partecipazione del pubblico. A giudicare dalla gente che canta, l’ultima fatica dei Tool è piaciuta molto. La maglietta mi si è ormai incollata al corpo, arrotolo le maniche fino alle spalle e non so più quale sia il mio sudore e quello di chi mi sta accanto. Il finale è affidato a Ænema, canzone invettiva preghiera invito alla distruzione, ma soprattutto alla rinascita. Un’ora e mezza di concerto. Davvero poco. Eppure non le ho percepite, mi è sembra che sia passato molto più tempo, ma come se tutto fosse sospeso, congelato e dilatato. Il pubblico chiama “TOOL TOOL TOOL” ed ne esce fuori un suono buffo, un “UH UH UH UH UH”, una specie di richiamo tribale scimmiesco, ma la band è ormai uscita, le luci vengono accese, il concerto è finito. L’ingegnere del suono che è in me non ha per nulla apprezzato l’audio troppo compresso che ha completamente ammazzato la dinamica, snaturando l’impatto di molte canzoni, appiattendo i pianissimo e i fortissimo. Mi sarebbe piaciuto sentire The Third Eye e Parabol/Parabola, ma nulla posso dir di male sulla band, sulla scaletta, sull’intensità dell’esecuzione e dell’interpretazione.Tutto è stato come l’aspettavo. Un’ora e mezzo di concerto ed esco dal Palaghiaccio fisicamente devastato come dopo una maratona sonora di otto ore. Faccio fatica a riprendere confidenza con la forza di gravità e con le tre dimensioni dello spazio geometrico. Cammino con difficoltà, come se seguissi coi passi un tempo dispari. Il giorno dopo mi sveglierò sereno e rigenerato come solo dopo una notte d’amore.
Alessio [theelite@interfree.it] - Giugno 2006
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