"Ci sono calciatori che con un miliardo si fanno la Ferrari, lo yacht, io mi ci sono comprato la maglietta del Livorno. Tutto lì." Cristiano Lucarelli
Venerdì 30 marzo il mio PC per motivi solo a lui noti decise di non collegarsi a internet. Sono convinto che i PC siano esseri viventi, e in realtà non si guastino mai. Solo ogni tanto fanno i capricci. Il 30 marzo il mio aveva deciso di fare il bastardo e quindi dopo aver a-lavorato; b- rimesso a posto la scrivania; c- dato una sfoltita alle riviste che aspettavano di essere lette ed esaminate verso l’1:30 di notte mi sono diretto ciondolando verso la TV. Non sapevo cosa trasmettessero, ma mi ero detto “Boh, vediamo un poco che c’è in giro.”
Su Rete 4 c’era un programma stranissimo: in pratica un concerto rievocatico di Elvis Presley dove la band che 25 anni prima aveva suonato per il primo concerto di Elvis trasmesso via satellite si era riunita per suonare gli stessi pezzi dal vivo, mentre su vari maxi-schermi nel teatro si vedeva Elvis che cantava quelle canzoni. Uno spettacolo surreale ed affascinante. Mi sarei anche dedicato a quello ma visto che a un certo punto c'era uan canzone un po’ pallosa ho fatto zapping e sono arrivato su La7 e ho trovato il programma La 25esima ora (Il Cinema Espanso), con una puntata dedicata a 99 Amaranto, il film documentario dedicato a Cristiano Lucarelli, per la regia Federico Micali.
Il film è liberamente tratto dal libro Tenetevi il miliardo edito da Baldini e Castoldi di Carlo Pallavicino, che è il procuratore di Lucarelli. Conoscevo già la storia di Lucarelli, ma il film mi ha affascinato e sono rimasto fino alle tre di notte a guardarlo. Lucarelli è un personaggio che definerei unico nel panorama attuale del calcio. Non tanto per le doti tecniche, ma per quelle umane. Mi spiego meglio. Non sto dicendo che sia il più buono, o il più corretto, o altre cose del genere. E’ un buon giocatore, ma non è un “santo”. Una cosa però è unica: non ha ritenuto i soldi l’unico valore, o se vogliamo il valore predominante, nel come impostare la sua carriera. Lucarelli è di Livorno e fin da bambino ha tifato Livorno. Il Livorno è una squadra che è stata 55 anni barcamendosi tra serie C1 e serie ancora inferiori. Nel frattempo Lucarelli, che era bravino, iniziava una carriera di calciatore.
A un certo punto nell’estate 2003 succede questo: lui gioca nel Torino in serie A e va bene. E’ giovane e potrebbe iniziare a capitalizzare gli anni di allenamenti e sforzi. Però nel frattempo il Livorno arriva in B. Lucarelli dice al procuratore Pallavicino “io non voglio restare a Torino o andare altrove. Voglio andare a Livorno in serie B”. Pallavicino nel film chiarisce bene il suo pensiero: era convinto che Lucarelli stesse facendo uno sbaglio colossale. Si sarebbe bruciato la carriera. Alla fine però Lucarelli riuscì. Rinunciò al miliardo che gli offriva il Torino pur di restare in seria A con lui, e firmò col Livorno per una cifra meno della metà. Pallavicino, convinto che questo sogno sarebbe finito male, si incuriosì. La pazzia di questo gesto, ossia rinunciare ai soldi pur di fare quello che si ritiene gusto, lo colpì e decise di scrivere un libro per seguire questo strano evento.
Bene, alla fine di quel campionato (il 2003-2004) il Livorno trascinato da Lucarelli arrivò in serie A. L’uomo che aveva rinunciato a un miliardo aveva vinto la sua battaglia. E questo lo sapevo. La cosa che mi ha colpito, e per cui ho deciso che comprerò questo DVD che dal 30 marzo è presente nelle edicole è un’altra, una che non sapevo: Dopo il primo anno in serie A, in cui Lucarelli vinse con 24 reti la classifica dei cannonieri, il presidente dello Zenith di San Pietroburgo offrì nove milioni di euro (diciotto miliardi!) a Lucarelli se avesse lasciato il Livorno e fosse andato in Russia. E Lucarelli, pur vacillando come è umanamente comprensibile, disse “no grazie. Resto qui.”
Ora voglio essere molto chiaro e netto, al limite del demagogico: chiunque rinunci a nove milioni di euro per continuare a giocare nella squadra che ama è una persona che ha la mia stima incondizionata. E’ la prova vivente che i soldi non sono la cosa più importante al mondo. E se dopo aver sentito questo penso a certi giocatori che dopo che la propria squadra è stata retrocessa in B si sono precipitati a cercare casa altrove perché “ormai ho una certa età sportiva e devo pensare la futuro” allora sempre più mi convinco che se uno è piccino dentro può giocare anche nella squadra più titolata del mondo, puoi anche essere campione del mondo, puoi anche vincere lo scudetto con 100 punti, ma resti piccino.
99 amaranto è un film che secondo me bisognerebbe far vedere a scuola, perché insegna una cosa: che è possibile ragionare senza essere schiavi dei soldi. Ha solo una pecca: non ha ricordato Gigi Riva, che negli anni ’70 fece una cosa simile, rifiutando il trasferimento dal Cagliari alla Juventus per non tradire la Sardegna che vedeva in lui un simbolo. Fossi stato il regista avrei cercato un modo per alludere a questo possibile parallelismo.
Chiudo: lo so che questa non è una recensione cinematografica “seria”, ma poco me ne importa. 99 Amaranto è un bel film, e gli interventi di chi parla (Lucarelli, il procuratore, i tifosi, i capi della curva Livornese, la sua famiglia) non sono mai banali, e soprattutto sono veri. Ottima la colonna sonora, che raccoglie gruppi del rock e folk rock dell’area movimentista, e soprattutto chiaro il messaggio: ci sono certe cose, certe scelte che non si possono comprare con i soldi. Non è vero che tutto e tutti hanno un prezzo.
Anche solo per questo un film da vedere, e un uomo da ammirare.