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DONNIE DARKO

regia di Richard Kelly

 

di Marco il Santo

Donnie Darko è schizofrenico. Donnie Darko ha problemi di relazione che lo obbligano a sedute psicanalitiche e psicofarmaci. Donnie Darko soffre di allucinazioni, protagonista un coniglio gigante che gli preannuncia la fine del mondo. Donnie Darko è sonnambulo, ed è solo grazie al medesimo coniglio gigante che dopo pochi minuti di film riesce a salvarsi la pelle: un reattore caduto da chissà dove gli sfascia la camera, mentre il nostro è a spasso in trance per i boschi.

Donnie Darko è un fenomeno di marketing. In un forum, di fronte al mio giudizio negativo, mi è stato detto “è ovvio che non ti sia piaciuto, con tutte le aspettative che si erano create in tre anni”: il problema è che io di Donnie Darko non sapevo nulla, tranne l’entusiasmo di amici-cybernauti che pochi giorni fa si cantavano addosso la grandezza della pellicola, ventata d’aria fresca nel genere horror (saranno almeno dieci gli horror che si portano dietro questa pubblicità ogni anno) o addirittura nel cinema in assoluto. Uno dei suddetti cybernauti, sempre parlando di cult preannunciato, mi ha detto che i film come questo o come Il favoloso mondo di Amèlie, quelli che arrivano pretendendo di farsi adorare a tutti i costi, non possono che deludere; ottimo esempio, ho pensato, perché da Amèlie mi aspettavo molto e tutto è stato confermato. Non è necessario che un film si presenti sotto i peggiori auspici per farsi amare.

Comunque vado a vedere Donnie Darko, e all’uscita cerco di capire perché mai un film come questo possa avere suscitato un simile entusiasmo. Scream anni fa giocava col genere e, volendo restare in ambito di metafore sportive, vinceva la sua partita riprendendo regole ben consolidate (lo “slasher-movie” sembrava alla frutta da secoli) e rimescolandole in modo convincente; Donnie Darko invece è come il mondo per il protagonista di Fight club, quello sì un sonnambulo con problemi seri: è la copia di una copia di una copia. Di fronte a un film come questo si prova anche a svuotare la mente dal resto della storia del cinema e a cercare di leggerci una novità, ma quando il primo a volerti mostrare quanto profonde siano le sue citazioni è il regista stesso allora il confronto nasce inevitabile. E quando punti in alto rischi grosso.

Prima di tutto, Lynch. Il tanto lodato Jake Gillenhaal si muove come in trance per tutto il film, caratteristica primaria del cinema del maestro americano: Lynch ha sempre prediletto attori con poco talento, da John “Jack” Nance (Eraserhead) a Kyle Machlaclan (suo “paladino” da Dune a Velluto blu all’immenso Twin Peaks) a Bill Pullman (Strade perdute), attori dai quali è riuscito a strappare il meglio proprio grazie a questo stile recitativo catatonico (non certo tra i più difficili, ammettiamolo). Richard Kelly fa lo stesso, ma senza una storia angosciosa a supportare questa scelta, e soprattutto senza quei lampi d’ironia che in Lynch gelano il sangue nei momenti più bui.

Donnie Darko, è solo uno dei tanti problemi, si prende troppo sul serio (il dialogo su Puffetta è da film di Boldi, non certo un tocco di humour), e quando basi gli spaventi di metà del tuo film sulle apparizioni di un coniglio gigante va da sé che, quanto a ridicolo involontario, rischi grosso. Altamente Lynchani sono poi quei personaggi “muti” che percorrono il film, dalla ragazzina orientale all’uomo vestito di rosso: facile buttarli nella mischia costringendo lo spettatore a cercare di dare un significato alla loro presenza; difficile mostrare che essa non è accessoria, soprattutto quando i personaggi di contorno più delineati (aggettivo sprecato in questo caso) sono anch’essi inutili per la trama. Parliamo di loro.

Donnie Darko è schizzato. Ok. È lecito chiedersi perché, e dove vada cercata l’origine della malattia. Peccato che nulla si sappia dei familiari; peccato che la psicanalista non abbia uno scopo, visto che dai suoi incontri con Donnie emergono solamente lapsus pseudo-sessuali (l’inizio di masturbazione di Donnie parlando della sua famiglia, non si capisce perché) e racconti sul coniglio che non servono a nulla per capire tale figura centrale, come detto quella che per tre quarti di film dovrebbe motivare l’angoscia e la paura della pellicola; peccato che gli altri non siano che macchiette unidimensionali, dai liceali bulletti alla prof stronza (siamo in aria da telefilm qui), dalla prof ovviamente buona a quello ingenuo (e spiace dirlo ma si capisce qui perché Noah Wile non riesca a trovare uno straccio di parte al di fuori di E.R.).

Intorno a loro una miriade di storielle che nulla hanno a che fare con la trama principale, nulla hanno a che fare con un concetto di suspense anche vago: perché i saggi di danza? Perché scomodare fotogrammi de La casa (quello sì un film che faceva tesoro della povertà di mezzi, mentre i flussi d’acqua dalla pancia di Donnie Darko sembrano presi da Ed Wood) nell’inutile sequenza del cinema? Perché tanta attenzione a Patrick Swayze stile-Troy-Maclure? La rivelazione poi che questi sia un pedofilo riporta Donnie Darko a tutti i suoi fratelli, quei film per (sui) teenagers in cui dietro l’apparente trasgressione (le seghe nelle torte in American pie, l’allagamento della scuola qui) c’è sempre la controparte moralistica di una società che vuole il cattivo e il buono nettamente separati. Donnie Darko è manicheo, ed è quanto di meno nuovo si possa trovare in un film horror.

DONNIE DARKO

Donnie Darko riprende le tipiche situazioni del genere a cui appartiene (e da cui cerca di sottrarsi), da Halloween alle sedute psicanalitiche, dai giri notturni in trance alle feste adolescenziali: peccato che qui sia tutto buttato lì per il nulla, visto che dalle sedute come già detto non viene fuori nulla e che la festa è solo un pretesto per far scopare i due protagonisti schizzati ma buoni (sorpresa, se si può chiamare così, indegna perfino di Dawson’s creek). Situazioni che appesantiscono il film, perché se lo spettatore ingenuo si appaga con scene come quella di Donnie che smaschera l’anchorman pedofilo in puro stile da american-punisher, quello critico arma il suo fucile e pensa “bene bene, mi hai servito roba già vista e citazioni inutili per due ore, ora voglio vedere come mi spieghi la necessità di risvegliobicicletta-campodagolf-sesso-lezioni-cinema-nottambulismo-pasticche-trance-reattore-coniglio-ciccionerosso-bimbagiapponese-saggididanza-festa-ragazza-bulli- storiellesuipuffichenonfannoriderenessuno”.

E così si arriva al finale, a quel colpo di scena che a detta di molti renderebbe questo film un cult. Sarebbe sufficiente ai miei occhi che lo rendesse un bel film, ma non è così.

La conclusione di Donnie Darko è solo un colpo di mano, tutt’altra cosa che un colpo di scena. Un colpo di scena è quello de Il sesto senso, uno shock che ti spinge a riconsiderare tutto il resto e a capire che ti eri sbagliato: un colpo di scena ti dimostra che girando la storia tutto torna comunque. Qui non c’è alcun modo di far tornare il tutto (o anche solo la parte), il viaggio nel tempo provocato dal reattore cambia il destino di Donnie che muore al posto della fanciulla, ma non si capisce perché (e certamente non spiega due ore di divagazioni: meglio un cortometraggio a questo punto).

A parte questo mi è stato detto che ogni personaggio rappresenta un simbolo, del genere acqua aria terra fuoco; mi è stato detto che i personaggi si scambiano di ruolo; mi è stato detto che qui non èuna dimensione parallela, bensì tangente. Grazie per l’aiuto, ma l’unico oggetto interno al film (il resto sono solo parole) che potrebbe rappresentare una spiegazione è il libro di Nonna Morte (se non è Lynchana lei…); peccato che il buon Kelly praticamente non ne parli, sapendo furbescamente che è meglio gettare confusione che provare a spiegare qualcosa che non solo non ha senso, ma che si è intrecciata con troppe altre in modo confuso e senza l’ombra di suspense.

Donnie Darko è sfuggito di mano a chi l’ha scritto, prima ancora che allo spettatore. E l’unica soluzione, alla fine, è capire che non c’è niente da capire, che ogni scioglimento vale l’altro perché nessuno può essere esauriente. Anzi, nessuno può motivare un bel niente. La versione bella delle mie parole è quella che mi hanno detto in molti, ovvero che è un “film aperto a una miriade di interpretazioni”. Ma qui non siamo più in ambito di critica cinematografica. Qui è solo delirio verbale.

di Marco il Santo < theelite"at"interfree.it >

DONNIE DARKO

SCHEDA TECNICA:

Directed by Richard Kelly - Runtime: 113 min/133 min (director's cut)
Country: USA - Color: Color (DeLuxe)

Cast:
Jake Gyllenhaal: Donnie Darko - Holmes Osborne: Eddie Darko
Maggie Gyllenhaal: Elizabeth Darko - Daveigh Chase: Samantha Darko
Mary McDonnell: Mrs. Rose Darko -James Duval: Frank
Arthur Taxier: Dr. Fisher - Patrick Swayze: Jim Cunningham
Mark Hoffman: Police Officer - David St. James: Bob Garland
Tom Tangen: Man in Red Jogging Suit - Jazzie Mahannah: Joanie James
Jolene Purdy: Cherita Chen - Stuart Stone: Ronald Fisher
Gary Lundy: Sean Smith