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www.fumettidicarta.it - l'occhio che uccide
Che Tim Burton abbia problemi con la figura del padre, è evidente sin dai tempi di Beetlejuice: la famiglia è da sempre per il regista di Burbank il luogo dove si manifesta l’orrore e dove i sogni sono sacrificati sull’altare di una rispettabilità di facciata. I suoi personaggi, grotteschi, malinconici e crudeli, vivono autoisolandosi da un mondo che li ha feriti e derisi, rifiutati perché diversi, cacciati perché pericolosi. Willy Wonka, come Batman, Edward Scissorhands, lo stesso Beetlejuice, abbandona la società, pur continuando a coltivare con essa un rapporto che nutre la propria statura di mito. Tim Burton non si è mai fermato però al di qua della superficie che separa realtà e leggenda, ma oltrepassandola per restituire la triste verità ha sempre messo a nudo il dolore e la paura che si nascondono dietro la maschera del cavaliere oscuro o del demonietto dispettoso. All’interno del castello, si nasconde una creatura sola e spaventata, che costruisce attorne a sé un mondo fantastico, fragile come tutti gli universi nati dalla fantasia, ma sicuro perché vuoto, di sentimenti, di persone, di imprevisti. Willy Wonka è solo nella sua fabbrica di cioccolato, Batman è preda dei suoi demoni nella batcaverna, Beetlejuice vive all’interno di un plastico: i personaggi di Tim Burton sono re senza sudditi, distanti e incompresi. Willy Wonka è riassume in sé tutto il mondo di Tim Burton, cui l’ottimo Johnny Depp da quindici anni dà volto; in fuga da un padre spaventoso e despota, Willy Wonka si nasconde dietro le sue fantasie fino a rimanerne trappola. Unica sua via di comunicazione col mondo circostante è la sua stessa ossessione, o follia, la cioccolata, così come lo erano i film per Ed Wood o la vendetta per Batman. La maturità raggiunta da Tim Burton con questo film, che segue a due anni di distanza un altro capolavoro “Big Fish”, si vede nel tentativo di rapporto che Willy Wonka cerca di instaurare con il mondo circostante, e che trova successo nella figura di Charlie. Charlie è ancora sincero e ingenuo, non ancora macchiato dai mali del mondo: come un Bruce Wayne prima dell’omicidio dei genitori o come un Edward Bloom che continua a vedere la realtà a modo suo, pieno di meraviglia per ogni bellezza. Un mondo fantastico come la fabbrica di cioccolato, un regno delle fiabe popolato da gnomi o da qualcosa di simile, chiuso al pubblico ed autosufficiente risulta fragile e soprattutto sterile, destinato a morire perché un giorno nessuno ne coltiverà più il ricordo e ne racconterà la storia: Charlie è il Robin di Batman (che Burton non include nei suoi film, destinando il pipistrello ad una esistenza solitaria, ma la vecchiaia arriva per tutti prima o poi), figlio non di sangue, ma per elezione spirituale; gli eroi scelgono sempre i propri successori per affinità. I cinque bambini che entrano nella fabbrica, felici possessori di un “golden ticket”, rappresentano in una maniera abbastanza chiara ed evidente altrettanti modi di concepire l’infanzia e il ruolo educativo dell’essere genitore. Il limite di questo film sta forse nell’essere troppo scopertamente finalizzato alla costruzione di una morale che giustifichi sia la bizzarria di Willy Wonka sia il giusto premio che riceverà alla fine Charlie: non un limite negativo, ma una linearità narrativa che rende meno attraente la ricchezza visiva e la sontuosità della messa in scena. I bambini via via eliminati dalla competizione sono destinati al fallimento fin da subito, troppo egoisti e insulsi, così come lo sono i rispettivi genitori, giustamente addidati come colpevoli della loro maleducazione. Se allora il senso della storia non va cercato in una chiusura morale, peraltro giusta e doverosa, ma nel bisogno di giustificare il suo mondo visionario e distorto e di rapportarlo con chi sta fuori da quel mondo. Burton cresce come essere umano e come regista individuando in un bisogno di trasmettere senso, in termini di responsabilità nei confronti dello spettatore, ciò che fino a pochi anni fa era una “solo” un’immaginazione fervida e stravagante. Se Ed Wood rimaneva preda delle sue ossessioni artistiche, se Batman era incapace di liberarsi della maschera, se Edward Scissorhands alla fine tornava nel castello, Willy Wonka sceglie di uscire dalla fabbrica, almeno metaforicamente, ed affrontare l’origine del proprio dolore: suo padre, che da bambino l’ha rifiutato…e quanto è triste quando Willy torna a casa e trova un vuoto in mezzo ai palazzi. L’immagine finale con la casa distorta (che ritorna da “Big Fish”) al centro della fabbrica, come se ne fosse il cuore pulsante, che ospita la famiglia di Charlie cui si aggiunge Willy Wonka, forse un po’ imbarazzato ma finalmente “a casa”, chiude questa bella favola con un saggio augurio di riconciliazione che sembra affiorare da poco nel cinema di Burton, passato dalle sue idiosincrasie di visionario gotico alla maturità di un narratore di favole. Luigi Mondino <theelite"at"interfree.it> novembre 2005 |