www.fumettidicarta.it - l'occhio che uccide

"LA GUERRA DEI MONDI" - STEVEN SPIELBERG, 2005

LA GUERRA DEI MONDI

 

di Luigi Mondino

Parecchi timori anticipavano la visione de “La Guerra dei Mondi”, ultima fatica di Steven Spielberg, tra i quali, forse il più grave, il sospetto che il ribaltamento del punto di vista del regista di “Incontri Ravvicinati” e di “E.T.” fosse un’astuta e pericolosa chiusura politica e sociale nei confronti dell’ “altro” e del “diverso”, mascherata da racconto di fantascienza ovviamente. Tale timore, reso più comprensibile proprio dalla consapevolezza che il genere fantascientifico più di altri si presta ad una interpretazione metaforica della società, nascondeva più dubbi nei confronti di Spielberg, un regista che negli ultimi quindici anni ha denunciato parecchi segni di stanchezza creativa, che nei confronti della materia filmica – l’invasione extraterrestre come lettura del terrorismo di matrice islamica.

Al di là di un racconto di genere serrato e coinvolgente, “La Guerra dei Mondi” si rivela sorprendentemente sensibile e sottile nel cogliere lo spostamento di prospettiva subito dall’immaginario popolare alla luce degli eventi degli ultimi quattro anni (con l’11 settembre 2001 a fare da spartiacque): il film di Spielberg è importante perché racconta come la società di oggi sia fragile ed insicura, costruita sugli inganni e sulle macerie, e come basti così poco a ferirla. La storia di un padre di famiglia negligente e dei suoi due figli che né lo sopportano né si fidano di lui, costretti a cercare un senso ai loro legami di fronte ad una guerra inspiegabile, è la storia di una nazione smarrita perché non abituata a fare i conti col proprio passato, è la storia di una umanità al tracollo perché incapace di creare rapporti e coltivare affetti, persa nella sopravvivenza quotidiana e nella paura di non riuscire a “sbarcare il lunario”.

Il film, dopo una breve introduzione dei personaggi ed un inquadramento del contesto, entra nel dettaglio dell’invasione aliena, raccontata dal punto di vista di chi la subisce: l’uomo della strada, impotente vittima di giochi di potere più grandi di lui. Privo di retorica o di qualsiasi forma di richiamo a sentimenti di rivalsa o di patriottismo, la storia procede quasi fenomenologicamente nel descrivere la lotta per la sopravvivenza di una famiglia americana di fronte allo sfascio della società e alla follia della guerra, una sorta di delirio collettivo in cui i peggiori istinti umani hanno la meglio su spirito di collaborazione e solidarietà. Come gli alieni che emergono dal sottosuolo, nasconti per milioni di anni in attesa di lanciare la loro offensiva, il più temibile nemico dell’umanità rimane nascosto nel buio della mente, offuscato dalla civiltà e dalle buone maniera, pronto a colpire quando l’attenzione è abbassata.

Spielberg è sorprendentemete impietoso e duro nel raccontare questa storia di resistenza umana, a dimostrazione che non è lui ad essere cambiato negli ultimi trent’anni, ma il mondo e in peggio: ai tempi di “Incontri Ravvicinati”, il desiderio di comunicazione attraversava gli spazi e si traduceva in una musica universale comprensibile a tutti. La sfida era accettare questa comunicazione e portarla in mezzo agli uomini. Oggi non si comunica più, si è chiusi persino di fronte alle parole dei propri figli.

Chi scappa, per non essere polverizzato dagli alieni (gli oggetti rimangono, i vestiti volano in aria e cadono come pioggia al suolo…Spielberg continua ad essere un romantico sognatore), lo fa da solo, incapace di aiutare e di chiedere aiuto.

A rendere stimolante questo film, oltre al fatto che una produzione hollywoodiana da centinaia di milioni di dollari sappia cogliere così lucidamente la paranoia che serpeggia nell’immaginario popolare per renderla visibile e intellegibile, è la dimensione famigliare data al racconto, la cronaca di un atto di resistenza di fronte a ciò cui è impossibile resistere: Tom Cruise si presta efficacemente a dare corpo alla fine di ogni possibile eroismo cinematografico. Il suo Ray Ferrier,operario portuale, è un uomo insufficiente ed inefficace, pieno di paure (strappa davvero sorrisi amari il suo nascondersi sotto il tavolo della cucina a fianco della figlia undicenne, per cercare riparo dai fulmini) e di debolezze, costretto dalla vita a prendere decisioni drammatiche, come l’omicidio di Ogilvy, interpretato da Tim Robbins, o il lasciar fuggire il proprio figlio adolescente, che difficilmente saprà superare.

Spielberg, che da sempre coltiva una propria personale poetica della famiglia (già a partire da “Sugarland Express”), rende proprio la famiglia il fulcro sul quale far ruotare l’intera società…e quanto è amaro e ironico il finale posticcio col padre che riporta i figli alla nuova famiglia della ex moglie, quasi a voler sottolineare che la mancanza di responsabilità e certezze sia il peggior peccato di una società egoista e corrotta: l’assenza del padre, la mancanza di una guida e di un riferimento che sia soprattutto morale, è il vuoto che rende vano ogni tentativo di cercare nell’altro una guida. Non importa da quanto lontano arrivi il nemico e con quanta forza ci colpisca, da oltreoceano o dall’oltre spazio, maggiore è la sua forza, maggiore è il caos che produrrà, maggiori saranno le macerie da ripulire. Le armi umane sono impotenti di fronte alle tremende macchine aliene, i tripodi, protette da un campo di forza che le rende impenetrabili persino ai missili degli aerei da guerra. Di fronte a tanta violenza e superiorità bellica, la Terra è spacciata…si ritorna drammaticamente al grado zero di civiltà, ossia nessuna civiltà, ognuno per sé nella lotta per la sopravvivenza.

Al contrario dei suoi ultimi due film, dove il lieto fine giustificava una riconciliazione tra un protagonista disadattato perché solo e braccato e un contesto di affetti e legami improvvisati, ma saldi e autentici (cito “Prova a prendermi” e “The Terminal”, in quanto inaugurano a mio avviso una nuova stagione per il regista statunitense), la conclusione cupa de “La Guerra dei Mondi”, che giunge inaspettata perché tanta violenza mostrata sembrava irreparabile, ribadisce un fatto da troppi dimenticato: la Terra appartiene al genere umano e i piccoli ed invisibili batteri che sconfiggono gli alieni e impediscono loro di fertilizzare il nostro pianeta ci ricordano che ogni terrestre ha inscritto nel suo DNA il diritto di vivere a casa propria. Le persone si adattano alle situazioni, come succede all’immigrato spaesato interpretato da Tom Hanks in “The Terminal” o al Frank Abagnale jr. di Leonardo di Caprio, che si cerca una famiglia nuova perché la sua si sfascia, deve avvenire un’invasione aliena per ricordare a tutti che la Terra è delle persone che la abitano? Tutti sono uguali di fronte alla violenza, si chiede Spielberg, e noi con lui, perché non deve succedere anche di fronte al benessere?

Un film tremendamente politico e attuale che curiosamente giunge alle medesime conclusioni di un altro film uscito nel 2005, più piccolo per dimensioni e visibilità, ma non meno dirompente: “La Terra dei Morti Viventi” di George Romero, che già quarant’anni fa aveva iniziato a scoprire gli altarini di una società americana conformista ed ipocrita.

Luigi Mondino <theelite"at"interfree.it> novembre 2005