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Zhang Yimou ha raccontato la Cina in molti modi. Dapprima con i grandi affreschi di Sorgo Rosso (tratto dal romanzo di Mo Yan, uno scrittore che dipinge le pagine così come Yimou dipinge i fotogrammi) e Lanterne Rosse, per poi passare attraverso storie umili, realistiche, ambientate nel nostro presente. Mi piace ricordare, fra tutte, il bellissimo La Locanda della Felicità, che in certe trovate sembrava correre parallelo alla poetica leggera e ironica di un Takeshi Kitano. Negli ultimi tre anni, il regista cinese ha adottato un registro più alto, in cui il suo gusto per la bellezza estetica raggiunge vette altissime, in due film (Hero e La Foresta dei Pugnali Volanti) dove coreografia, fotografia e grafica computerizzata si fondono in affreschi degni di un pittore pre-raffaellita. Se fossimo ancora in tempi di “critica militante”, lo si potrebbe accusare di una fuga nell’estetismo. Invece siamo in tempi dove, a quanto pare, nell’estetismo ci vogliamo fuggire tutti, e film di grande, grandissimo respiro come questi (o pensiamo ai paesaggi infiniti del Signore degli Anelli) rappresentano per la nostra fantasia, umiliata da “visioni” quotidiane sempre più squallide e banali, una vera boccata d’aria. Hero e La Foresta si collocano nella lunghissima storia del genere filmico cinese “wuxia”, che può essere tradotto nel nostro corripondente “cappa e spada”, in quanto “wu” è termine relativo alle arti marziali e “xia” ha una serie di significati come “avventuriero”, “guerriero”, “spadaccino” e così via. Il film di genere è sempre un ritorno. Un ritorno a personaggi che più che da una psicologia sono definiti da un ruolo, e in quanto tali portano con sé un destino predefinito, già tracciato, non tanto da costruire quanto da scoprire, per poi accettarlo o combatterlo. Un ritorno a forme narrative estremamente codificate, specialmente in un genere specifico come il “wuxia”. Un ritorno, infine, per l’autore stesso, che attinge a quelle esperienze che lo hanno definito come autore: ai film che lui ha amato, al passato della sua giovinezza, alla propria esperienza di spettatore. In quest’ottica, un vero esperto potrà trarre da Hero e dalla Foresta un’ampia serie di rimandi ai classici del “wuxia”. Io da parte mia ne ho colti solo alcuni, che citerò. È chiaro che Zhang Yimou ha lavorato sul concetto di memoria: su una memoria nazionale, rivolgendo lo sguardo al passato della Cina; su una memoria personale attingendo all’immenso patrimonio del “wuxia” cinese. E su una memoria collettiva, producendo due storie che superano sia l’individualità che la nazionalità, diventando universali. A livello puramente narrativo, Hero è il film più articolato e, a mio parere, più riuscito. È un film che afferma che è possibile riscrivere la storia, i fatti. Un film sulla menzogna. Un film sulla storia potenziale, sulle storie che avrebbero potuto essere ma non sono state solo per un soffio. Ma è soprattutto un apologo sulla solitudine del potere. La figura dell’Imperatore, che mirabilmente cuce e tiene unite le storie tessute dall’Eroe, è la rappresentazione del tiranno magnanimo, di chi ha un sogno troppo grande per essere compreso dai propri contemporanei. Un uomo che, in tutto il proprio potere è, in maniera irrisolvibile, solo. Per certi versi, ricorda un altro pregevole film sulla solitudine del regnante: Elizabeth. L’Imperatore cessa di essere solo unicamente quando qualcuno, il suo più grande nemico, dimostra di averlo compreso. Solo allora diviene l’unica figura degna di sopravvivere alla storia stessa, perché realizzi il proprio compito. La Foresta si presenta fin da subito più contenuta, con un trio di personaggi principali che domina tutto il film. Nessuno dei tre riesce a sottrarsi alla storia. L’impostazione è quella della tragedia, non ci sono gli spazi narrativi di Hero: qui la finzione non dà libertà ma al contrario la toglie. I continui inganni, i trucchi e le sorprese non riescono a liberare nessuno dei personaggi: al contrario, li stringono sempre di più nella spirale di un destino, individuale e collettivo, che sembra immutabile.
Entrambi i film possono essere interpretati come film sul corpo. In un certo senso, tutto il genere “wuxia” si occupa del corpo: un corpo che passa attraverso due stati estremi, senza continuità: l’assoluta immobilità dell’inquadratura frontale, pittorica, e l’impossibile fisicità delle scene di combattimento, dove il corpo si deforma in acrobazie fantastiche, scompare alla vista per ricomparire solo quando sfiora il terreno di nuovo, tornando preda della terra e del tempo. Hero è un film sul tempo: dilatato, frammentato, ricucito, cambiato, riscritto. La Foresta è un film sullo spazio: sulla distanza, sull’orizzonte, sulla distesa da percorrere,a cavallo o di corsa. In entrambi i film c’è un uso fortemente simbolico del colore. In Hero, il nero, non-colore per eccellenza, domina la corte dell’Imperatore, dall’architettura alle tuniche dei consiglieri senza forma. Le differenti “versioni” della storia vengono identificate ognuna da un colore che deborda dagli abiti alle architetture: ogni storia vive in un proprio possibile universo, saturato da un colore unico. Nella Foresta, la simbologia è meno rigida. Tutta la prima parte del film è un’armonia di colori, sottolineata nella complessità cromatica della scena della danza. È solo con la sequenza della foresta di bambù che il verde si impossessa dello schermo, per riverberare, anche qui, sugli abiti dei membri dell’Alleanza. La scena del combattimento aereo nella foresta di bambù evoca la citazione più evidente: una sequenza simile è infatti presente anche nel seminale A touch of Zen (1969) di King Hu, film immenso e per certi versi inavvicinabile. A differenza di Hero, il paesaggio sostituisce l’architettura come sfondo. Quando Jin viene condotto via per essere ucciso, si passa da boschi verdi a boschi dorati, da prati rigogliosi a distese di foglie rosse. Come a suggerire l’insensatezza del tempo in una vicenda come questa. Il triello finale si svolge sul bianco, colore che nella simbologia asiatica ha un’accezione totalmente diversa dalla nostra, in una scena non prevista in fase di sceneggiatura (Zhang Yimou ha colto al volo l’opportunità di filmare in una vera tempesta). Ho usato un termine, “triello”, reso famoso da Sergio Leone ne Il Buono, il Brutto e il Cattivo, In effetti, le analogie con la sequenza di Eastwood, Wallach e Van Cleef nel cimitero sono molte. Lascio allo spettatore il ritrovare il ritmo visivo, nell’alternarsi di campi lunghi e primissimi piani. Mi sembra più interessante notare come Yimou arrivi, come Leone, ad una vera e propria poetica degli oggetti. I pugnali, fin dal titolo, sono più di un’arma: per tutto il film sono veicoli del meraviglioso; grazie alle nuove tecnologie digitali compiono, finalmente, le acrobazie che ogni bambino sogna quando gioca. Ma nel triello i pugnali diventano simboli delle persone che li brandiscono. Il pugnale non lanciato, che ricorda così tanto la pistola scarica di Eli Wallach, il pugnale estratto in barba alla morte, diventano l’oggettivazione della scelta, la metafora del regista per raccontare, in modo immediato, l’incapacità dei personaggi di sfuggire al proprio destino. In entrambi i film i personaggi cercano di costruire il proprio destino: in Hero costruendo storie, nella Foresta attraverso inseguimenti e fughe (anche nel senso musicale del termine, se ne potrebbe parlare…). Ma entrambe le saghe sono dominate, nel finale, da una ineluttabilità a cui non si sfugge. L’eroe affronta a viso aperto le migliaia di frecce delle guardie dell’Imperatore. I tre amanti non riescono ad uscire dai propri ruoli. Il tutto, nell’immutabile fissità del genere eterno della tragedia. Pietro H. P. L. Meroni <theelite"chiocciola"interfree.it>
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