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M:I:3
di Roberto Recchioni
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Il giudizio sul terzo capitolo di Missione Impossibile è piuttosto complicato perché non basta dire che è scritto decentemente, girato benino e interpretato bene.
"M:I:3", sotto il punto di vista formale, è il miglior film del trittico.
E' il meglio strutturato, con una trama semplice e ridotta all'osso che però non ha grossi buchi e riesce a tenere i personaggi sempre in movimento senza grani forzature.
Il maggior pregio è che Abrams è quello di aver saputo confezionare molti “momenti impossibili”, con piani intricati, congegni tecnologici, infiltrazioni che ti fanno trattenere il fiato e furti spettacolari... cosa che non era riuscita a DePalma nel primo capitolo (che vantava solamente una scena in puro stile “Missione Impossibile”) o a John Woo (che dello spirito originale della serie non si era curato affatto, badando solo a fare un suo canonico film ma più esagerato ed esagitato). |
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In poche parole, “M:I:3” è un compitino ben fatto da un regista che non voleva sfigurare al suo esordio cinematografico dopo i fasti televisivi di “Lost” e “Alias”.
Ma è solamente questo.
Per quanto le due pellicole precedenti avessero sbavature più o meno gravi, avevano comunque una forte impronta autoriale.
Il primo film è un film di DePalma senza ombra di dubbio, anche con quel suo orrendo finale con l'elicottero nel tunnel.
Il secondo film è ugualmente un film di John Woo, anche (e proprio) per la reiterazione quasi grottesca di tutti gli stilemi del suo cinema.
Questo no.
Ha un regia efficace ma che non lascia nulla.
Sembra banale dirlo ma sembra un episodio di Alias da 60 milioni di dollari.
Solo che Alias è generalmente più divertente (se parliamo delle prime due stagioni), con colpi di scena migliori e una bella attrice ad interpretarlo.
E a proposito di Alias... Questo M:I:3 è praticamente il remake del primo episodio della serie.
Parte allo stesso modo (con l'inizio in media res del protagonista catturato e torturato dal cattivone di turno in una bettola cinese) e prosegue alla stessa maniera (con un flashback all'indietro che ci spiega come abbiamo fatto ad arrivare fino a questo punto) e una conclusione molto similare.
Addirittura i personaggi i controno solo gli stessi, con tanto di epigoni di Marshall (chiamato a curare l'aspetto informatico delle missioni) e del nero compagno di Sidney in Alias.
In conclusione che dire?
E' ben fatto, è carino e non ha sbavature.
Si meriterebbe un 7 tecnico ma personalmente gli do un 5.
Preferisco un film sbagliato ma autoriale che un film giusto ma stilisticamente noioso.
E qui scatta la riflessione che mi sta maturando nella mia testolina da mesi:
le serie televisive stanno dando la paga al cinema.
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Mi spiego meglio: questo “M:I:3” pur con i suoi 60 e passa milioni di dollari di budget, non lascia nulla di più di quanto faccia una puntata qualsiasi delle prime due stagioni di Alias (che costano molto, molto meno).
Sì, gli effetti speciali sono migliori e la messa in scena generale ha un grandeur che Alias non si può permettere... eppure alla fine della giostra il risultato non cambia e anzi, Alias vince ai punti perché grazie alla serialità ci offre personaggi più profondi e sfaccettati di quanto potrà mai essere Ethan Hunt.
Ma questo di “M:I:3” non è certo un caso isolato.
Basti pensare al recente “Serenity” film tratto da una serie televisiva acclamata dalla critica (“Firefly”) e figlio dell’uomo che ha dato al mondo un'altra serie di culto, “Buffy”.
“Serenity” nel passaggio cinematografico ci ha guadagnato molto sotto il punto di vista degli effetti speciali e non ha perso nulla della qualità dei suoi script. Eppure, per quanto il film sia uno dei prodotti di fantascienza meno scollacciati nella trama che si siano visti sul grande schermo da molto tempo, ugualmente tradisce una piccolezza dello sguardo che non è propria del cinema... del grande cinema perlomeno.
I nuovi maestri della televisione sembrano avere il raro dono di saper scrivere storie solide, con personaggi credibili e sfaccettati... eppure, messi davanti ai mezzi cinematografici, non sembrano avere quell’ampiezza di visione in grado di trasmettere la magia del cinema.
Certo, le loro storie non ti fanno storcere il naso per palesi buchi nella trama o caratterizzazioni monocordi... eppure non ti fanno neanche aprire la bocca in una “o” di stupore brillare gli occhi per la commozione.
Fanno bene il loro lavoro, che è quello di raccontare storie, ma sembrano incapaci di andare oltre.
Di contro, anche il cinema-cinema non sembra mesos poi molto meglio.
Di recente ho visto "Solo due Ore", film diretto da un regista che mi è sempre piaciuto molto, Richard Donner, e interpretato da uno dei mie attori feticcio, Bruce Willis.
Il film è ben fatto ma non ha nulla di più, sotto il profilo tecnico-produttivo di quanto mi può offrire una puntata di "The Shield" e in più ha l'aggravante di proporre una morale facile e ammaestrata e personaggi privi di un reale spessore e fortmente prevedibili.
Nulla a che spartire con il Vic Mackey interpretato da Michael Chiklis insomma. |
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Il prodotto cinematografico medio USA (ma pure europeo) se messo in confronto con serie televisive di alta qualità, sembra essere diventato incapace di essere incisivo, cattivo e profondo.
Basti pensare a serie come “Nip/Tuck” e al modo in cui sa proporre importanti dilemmi morali senza perdere una virgola della sua capacità di intrattenere divertendo, oppure alle riflessioni sul potere dei “Soprano” prima e di “Roma” poi, o anche al modo in cui la guerra ci è stata presentata in una serie come “Band of Brothers” o ancora al modo in cui i grandi temi dell’esistenza sono affrontati da una serie come “Six Feet Under”.
Più ci penso e più mi convinco che c’è qualcosa di storto nella maniera in cui stanno venendo pensati (e scritti) i film negli ultimi tempi... specie se l’alternativa si è ridotta ad avere prodotti mediocri o monocordi se realizzati da “gente di cinema” o film ben strutturati ma privi della grandezza che slo l’occhio cinematografico sa evocare se fatti da “gente di televisione”.
Certo... poi ci sono gli autori.
C’è Sam Raimi che continua a confezionare film profondamente personali pur lavorando su personaggi di altri e sottostando alle logiche della produzione mainstream, c’è Peter Jackson che si fa tutto da solo, c’è Spielberg che va avanti come un treno nel portare avanti un discorso per nulla semplice o gradevole o buonista, c’è Cronenberg che qando fa “il normale” tira fuori dei piccoli gioielli eversivi come “History of Violence”... ma basteranno? |
Roberto Recchioni [theelite "at" interfree.it] - Maggio 2006
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