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Il mito degli zombi è tra gli ultimi miti a conquistare il cinema americano dell’orrore. Nonostante gli innumerevoli film che trattino di morti che camminano, però, nei primi anni sono altri i mostri più celebri dello schermo: Dracula, il mostro di Frankenstein, la mummia e l’uomo lupo. Il mito ha origine nei culti religiosi diffusi ad Haiti (“voodoo”, parola dialettale indicante semplicemente la divinità o l’oggetto caricato di valenze magiche) ed è una parte della stregoneria dell’isola che comprende oltre ad essi il fenomeno degli invasati. Ma una forma di vita “crepuscolare” o un vero e proprio ritorno dalla morte è elemento ricorrente sia nei miti antichi che nelle religioni principali del mondo; e non si dimentichi che la negromanzia comprende anch’essa tentativi di riportare alla vita un essere umano. E’ chiaro che se ci si allontana dall’origine voodoo dello zombi, non sarebbe difficile riallacciarsi al mito della “creatura” di Frankenstein. Una delle principali differenze è che quest’ultimo è un vero e proprio collage di corpi umani, al contrario dello zombi, che è un corpo integro. Romero, con una scelta netta, si allontana decisamente dall’origine haitiana e così faranno la maggior parte dei registi che toccheranno l’argomento (un’eccezione notevole è Il serpente e l’arcobaleno (1988), tra le opere più riuscite di Wes Craven). Ma non è solo l’indicare nelle radiazioni emanate dall’esplosione di una sonda l’origine del fenomeno dei morti viventi a distanziare lo zombi romeriano da quello classico, (del resto quella causa sembra un’ipotesi più che una certezza). Infatti il regista americano aggiunge un elemento nuovo alla figura del morto vivente presente nei film precedenti destinato a incidere fortemente nell’immaginario del mondo cinematografico: l’antropofagia. Esso, insieme al tema del contagio, allo stato di decomposizione dei morti che camminano e all’indicazione del cervello come unico punto debole saranno gli elementi sui quali varieranno (o creeranno cloni) registi come Lucio Fulci o Dan O’Bannon. L’origine del soggetto di Night of the living dead, film d’esordio di George Andrew Romero (che si firmerà in un primo momento George A. Kramer) è riconducibile ad una precisa fonte letteraria a cui si ispira liberamente: I am a legend di Richard Matheson, romanzo pubblicato nel 1954 in america (e recentemente ristampato dall’editore Fanucci sotto il titolo di Io sono leggenda) dal quale venne tratto prima il suggestivo L’ultimo uomo sulla terra (1963) per la regia del poco conosciuto Ubaldo Ragona e in un secondo tempo 1975: Occhi bianchi sul pianeta terra (1971) di Boris Segal. Il film, benchè girato in 35mm (nonostante alcune fonti indichino 16mm) è caratterizzato, per la fotografia in un violento B/n, quasi da cinéma verité, per le condizioni di realizzazione (la troupe lavorava solo nei week-end) e per il cast quasi totalmente di non-professionisti (eccetto Duane Jones e Judith O’Dea) da una produzione quasi amatoriale, alle soglie dell’underground che privilegia, con risultati sconvolgenti, l’orrore suggerito, rispetto a quello mostrato esplicitamente pur tentando talvolta alcune sortite verso la crudezza allontanandosi così dallo stile evocativo, così celebrato, di Jacques Tourneur. E, non c’è motivo di dirlo, la concentrazione di idee, la freschezza della regia, il ritmo e l’incisività dell’immagine sono già all’altezza di scrivere la storia del cinema. Dalla prima scena capiamo che il controllo del meccanismo della suspence è pienamente nelle mani del ventisettenne Romero che alterna con padronanza crescendo e diminuendo. Inoltre, come si può vedere pochi minuti dopo inizia a delinearsi anche una tecnica di ascendenze hitchcockiane, ovvero la cosiddetta “poetica degli oggetti”. Romero, infatti, seguendo Barbara che si rifugia in una casa abbandonata per scappare dal primo zombi del film (poi saranno un esercito) fissa con inquadrature sghembe alcuni oggetti che assumono valenze mostruose nonostante la loro natura non palesemente terrificante in modo da creare un’anticipazione del mostro che comparirà poco dopo. Una stanza della casa è piena di animali imbalsamati, simbolo carico di riferimenti ad un tentativo di fermare la vita perché la morte non possa arrivare (a tal proposito si pensi all’attività di Norman Bates in Psycho). Barbara si rende conto di essere isolata ma poco dopo un ragazzo di colore anch’esso sfuggito agli zombi, si unisce a lei nella lotta alla sopravvivenza. Il film mostra così un estenuante assedio alla casa da parte de morti, riprendendo quindi un topos del cinema western con un ribaltamento di genere in anticipo su ciò che John Carpenter farà nel 1976 con Assault on Precint 13th (Distretto 13 – Le brigate della morte) in riferimento diretto a Un dollaro d’onore di Howard Hawks. L’isolamento sembra essere meno drastico quando i personaggi trovano prima una radio e poi una televisione. La speranza di trovare, attraverso i mezzi di comunicazione, la salvezza o almeno informazioni utili per la sopravvivenza si rivela vana. Il ruolo dei media ed in particolare della televisione è di primaria importanza nel film e soprattutto negli altri due film che Romero girerà sugli zombi. E’ interessante infatti sottolineare come se nel primo film i media cercano delle risposte alle domande della popolazione terrorizzata che le cerca, nel secondo essi hanno perso la fiducia da parte della gente che segue le trasmissioni solo per controllare la lista dei centri d’accoglienza che viene ininterrottamente mandata in onda, nonostante molti di essi siano andati distrutti. Nel terzo episodio l’atteggiamento dei media che privilegiano notizie false a discapito di una riflessione sullo stato di emergenza della nazione ha portato alla loro morte, producendo la fine dell’informazione. In questo primo capitolo attorno alla televisione si riunisce il gruppo di superstiti ma costoro lontani dall’unirsi contro la minaccia esterna, si autodistruggono in conflitti interni regredendo allo stato di violenza. Tutto ciò in contrapposizione ai cadaveri che, pur non avendo alcuna identità razionale, grazie al loro numero, avranno la meglio. Tremenda metafora della schiacciante potenza della maggioranza, nonché sarcastica satira dell’America, delle forze dell’ordine e del destino di chi non è allineato e diverso (si veda il terribile errore della polizia nel finale) La notte dei morti viventi proietta il genere verso le sue estreme possibilità, e rappresenta un confine che apre la possibilità a registi come Carpenter, Cronenberg o il primo Craven, pur con le specificità della loro poetica, di esprimersi attraverso la forma dell’horror che grazie a Romero può essere ora strumento efficace di riflessione: sulla società, sull’dentità, sul corpo. Dieci anni dopo la notte che cambiò il cinema dell’orrore Romero gira Dawn of the dead, ovvero l’alba dei morti, presentato in Italia in una versione curata (e rimaneggiata) da Dario Argento con il titolo Zombi, spingendosi oltre i limiti di crudezza imposti dalle ristrettezze del budget del primo film, affidandosi alle sapienti mani del creatore di effetti speciali e make-up Tom Savini. Savini era stato scelto gli effetti anche del primo episodio ma fu chiamato in Vietnam. Addetto alle fotografie delle zone di guerra fu testimone di centinaia di uccisioni e mutilazioni di ogni genere. Tornato in patria tentò di reinserirsi nonostante la sua vita fosse completamente cambiata (tra le altre conseguenze il suo matrimonio finì). Tom Savini sarebbe diventato uno dei più celebri make-up artists degli anni ’70 e ’80 e autore, nel 1990, di un remake a colori, più debole dell’originale, nonostante l’amorevole e rispettosa ricostruzione di molte scene identiche all’originale, ma nondimeno privo di alcune interessanti varianti ed un feeling non certo senz’anima. Il terzo film sugli zombi risale al 1985: è il claustrofobico e tesissimo Day of the dead (Il giorno degli zombi). Un quarto film in preparazione da anni (il cui titolo, conclusivo di un cerchio, Twilight of the dead, ovvero il crepuscolo dei morti, è stato modificato in Land of the dead), è finalmente in produzione ed attualmente sono in corso le riprese. La diffcile situazione in cui si trovava Romero, diffidato dalla maggior parte delle major (ha girato un solo film dal 1992) e che ormai aveva fatto perdere ogni speranza agli appassionati, sembra essersi finalmente risolta. STEFANO RIZZO < steverizzo77"chiocciola"hotmail.com >
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