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OL BOY, regia di CHAN-WOOK PARK

OLD BOY

REGIA DI CHAN-WOOK PARK

 

recensione al film

di Marco il Santo

La prima cosa a saltare all’occhio in una pellicola come Old boy è che sorprende, e non sono molti i titoli che ci abbiano sorpreso di recente. Soprattutto, Old boy ci sorprende sul piano più difficile e meno aspettato, quello della storia: il cinema coreano non è nuovo a virtuosismi belli e vuoti (esempio lampante il recentissimo, e sovralodato, Ferro 3) e da spettatori che non si fanno abbagliare da premi ed entusiasmi tarantiniani ci avviciniamo a questo aspettandoci pulp+belle coreografie (cappa e spada mutate in pistole)+un pizzico di Kitano. Non ci mettiamo molto a capire l’errore.

Vediamo l’incipit: una breve scena violenza in attesa, un uomo tenuto per la cravatta che fra pochi minuti sarà lasciato precipitare da un palazzo, è subito scansata e per qualche istante ci troviamo immersi in una comica da stazione di polizia, con il protagonista Taesu ubriaco e intrattabile che maltratta tutto e tutti prima di scappare in strada.

Un minuto dopo è prigioniero. Lo vediamo invocare pietà ai piedi di chi gli consegna cibo attraverso la fessura di una porta, lo vediamo distrutto e disperato, lo vediamo incazzato tirare pugni al muro mentre la sua voce fuori campo sentenzia che la prigionia durerà quindici anni. Niente a cui appigliarci finora, e il pensiero di aver riso pochi istanti fa stringe lo stomaco (succederà anche in seguito: l’ironia di Old boy non è del genere che scivola via [1]). L’uomo si libererà scavando nel muro con una lentezza che ricorda Le ali della libertà, con in più l’atroce assenza di un qualsiasi riscatto esterno alla cella. L’uomo si libererà, e cercherà la sua vendetta solitaria: niente però andrà come previsto, non solo per Taesu ma anche per noi spettatori che ci aspettiamo una catena di omicidi dritta dritta fino al responsabile di tutto.

OLD BOY, di CHAN-WOOK PARK

È qui che cadiamo in errore, sorpresi dalla differenza fondamentale tra Old boy e i numerosi film che pongono al centro il tema della vendetta (ultimo e non certo per importanza Kill Bill): Taesu vuole farla pagare a chi l’ha imprigionato, ma più di tutto vuole sapere. La conoscenza è il principale valore in campo, tanto che già a metà film il protagonista si troverebbe nella condizione di uccidere il suo nemico ma desiste per paura che tutto finisca senza capire il perché. La girandola di generi e toni emotivi ci fa sbagliare ogni calcolo, regalandoci il piacere immenso di un sorprenderci che, così cupo ed emotivo [2], non assaporavamo da tempo.

La vendetta in Old boy è praticata dagli uomini, ma è motivata dalle donne: il cattivo (definizione mai così stretta come qui) viene da un amore infelicemente corrisposto verso la sorella, e la prigionia alla quale sottopone Taesu è solamente l’inizio della vendetta: non diremo perché Taesu abbia meritato una punizione così grande, non diremo se le la sia meritata e non priveremo chi ancora non ha visto l’Opera del piacere di un finale che va al di là di ogni aspettativa e tensione, soprattutto morale (morale, ben inteso, non moralista).

Diremo però che Old boy arriva dove nessuno si aspetterebbe, ad una pietà laica assoluta nei confronti di tutti, ad una comunità del dolore priva di patetismo che si avvicina al Leopardi della “Ginestra”: la vita ha fatto male a tutti, a Taesu come al suo carnefice, e non importa chi dei due sia stato più malvagio alla fine, perché come diceva lo Spietato Eastwood prima di sparare in faccia a un disarmato Gene Hackman “in questa storia i meriti non c’entrano”. I protagonisti di Old boy hanno accettato le conseguenze più dolorose della loro scelta, di quel “piangi e piangerai solo” che pende sulla pellicola dal primo all’ultimo fotogramma, fino al momento dello scontro finale. Da lì in poi i due uomini si fermeranno, capiranno che la sofferenza è stata così forte da decidere che ci si può fermare, dire addio e cercare intorno a sé quel poco di buono che ancora è rimasto: un estremo gesto di pietà per chi se ne va, un amore maledetto per chi, coraggiosamente, rimane.

MARCO IL SANTO < theelite"at"interfree.it >

OLD BOY - Scheda tecnica:

Anno: 2004 - Nazione: Corea del Sud - Durata: 119' - Regia: Chan-wook Park Sceneggiatura: Jo-yun Hwang Chun-hyeong Lim Chan-wook Park
Fotografia: Chung Chung-hoo - Musiche: Cho Young-wuk - Montaggio: Kim Sang-bum
Cast:
Woo-jin Lee - Ji-tae Yu
Mi-do - Hye-jeong Kang
Dae-su Oh - Min-Sik Choi

NOTE:
[1] Cosa pensa lo spettatore a fine pellicola ricordandosi di aver riso per il goffo tentativo di stupro nel bagno da parte del neo-liberato Taesu?
[2] Old boy spinge a schierarsi, l’esatto opposto del perfetto cinismo di scuola tarantiniana.