CRITICO, DUNQUE SONO
di Alessandro Bottero
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Esiste la critica fumettistica?
Forse sì, forse no. E se anche esistesse a cosa servirebbe? Forse a niente.
Effettivamente esiste una corrente di pensiero per cui l’opera (quale che sia: letteraria, musicale, pittorica, ecc…) va goduta “ingenuamente” dal fruitore, senza filtri tra questo e l’opera. Questo orientamento nasce col Romanticismo e il suo ripudio dell’Accademia. La poesia ingenua, la poesia popolare, quella che sgorgava diretta dall’epos dei popoli era ben più viva e vitale del manierismo o del Barocco, in cui si era adagiato l’Occidente “colto”. E questo aveva riflessi anche sulla musica ad esempio. Dopo Bach, Mozart, Beethoveen, ecco verso la metà del secolo XIX Dvorak che cerca nuova linfa nelle danze popolari Magiare, o i russi che inseriscono temi tratti dal folklore slavo nelle loro opere per liberarsi dalla “prigionia” dei canoni armonici e melodici ormai standard.
Certo, la figura del critico aveva ancora un senso. L’artista si connetteva a un corpus meno sclerotico di possibilità artistiche, ma l’utente finale in un certo senso andava ancora “instradato”. Nietzche, cantore della volontà di potenza ed autoaffermazione, iniziò come critico musicale Wagneriano, ossia una persona che andava a sentire le opere e poi le “criticava/valutava” per il pubblico, così da farle meglio apprezzare. Potrei andare avanti. In campo pittorico il movimento Naif o il Primitivismo portano a dire che in tutti noi è presente un pittore. Il problema è farlo esprimere. Ligabue è il primo grande pittore italiano “dilettante”, che fa, e non chiede di essere criticato ma solo guardato. Il presupposto “la critica è inutile, l’arte è comprensibile da tutti perché è arte. Stop” ormai permea, invisibile e ferreo, questo nostro mondo. La Critica pare essere cosa per pochi. Un Hobby come l’ebanisteria, o i giochi di prestigio. Divertenti se ti va di divertirti con essi, ma tutto sommato superflui. Questo ancora di più se ci si rivolge al campo del fumetto. Detto questo però, e visto che lo scopo di questo scritto è andare oltre all’assunto “Mi piace, e basta così”, cerchiamo di stabilire alcuni principi base che a mio avviso dovrebbero regolare la riflessione su cosa sia la Critica Fumettistica:
Primo: Il Fumetto è Arte. E’ una forma artistica nata ufficialmente nel XIX secolo, e sviluppatasi nel XX.
Secondo: Il Fumetto non è i fumetti, così come la Musica non è le singole canzoni o composizioni.
Terzo: Il Fumetto è un‘Arte perché è una forma peculiare e irrisolvibile ad altre di espressione umana, non fondata sull’applicazione di leggi fisse ed immutabili (Scienza) ma sulla creatività del singolo.
Quarto: Il Fumetto essendo un’Arte dispone di una Grammatica Artistica che lo definisce, lo costituisce, e lo rende riconoscibile come Fumetto, rispetto ad altre espressioni artistiche.
Quinto: La Grammatica Artistica del Fumetto è l’insieme delle convenzioni che rendono possibile da parte dell’utente di percepire il prodotto X come Fumetto.
Sesto: L’insieme delle convenzioni che costituiscono la Grammatica Artistica del Fumetto può variare molto da fumetto a fumetto, ma comunque un minimo è costituito dal mix di testo e disegno, offerto all’utente dall’autore/i in forma sequenziale.
Settimo: L’autore/i dei singoli fumetti esprimono un Testo Base, che è quello immediatamente percepito, sia a livello di testi che di disegni. Possono poi esserci dei Sotto-Testi, al di sotto della superficie del Testo Base, frutto o meno dalla volontà esplicita dell’autore/i.
Ottavo: Scopo della Critica è quello di indagare il Testo Base, e gli eventuali Sotto-Testi, al fine di chiarificare temi, argomenti e quant’altro contenuto nell’opera.
Nono: A questo scopo non esiste un percorso migliore di un altro. Esiste però un ampliamento delle possibilità di comprensione, quanti più strumenti critici vengono usati.
Decimo: Punto di partenza imprescindibile della Critica è però sempre la lettura diretta dell’opera in esame, possibilmente in lingua originale.
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Facciamo un esempio: se mi metto ad esaminare la collana “Popeye 3000”, pubblicata qualche anno fa nel tentativo di rilanciare il personaggio Braccio di Ferro, otterrò ben poco, sia a livello di Testo Base, che di Sotto-Testi. E’ come se cercassi di individuare i segreti dell’Alta Cucina mangiando cheesburger. Probabile che rimarrei frustrato. O ancora se volessi scoprire tracce della tradizione musicale occidentale esaminando le 10 migliori tracce drum’n’bass dell’estate 2003. Posso farlo ma perdo tempo. Prodotti “Fast Food” hanno una valenza “Fast Food”. Nulla di più, nulla di meno. Esistono però prodotti che non sono puramente “usa e getta”. Per un Popeye 3000 ci sono un Maus, un Watchmen, un Peanuts ed è in quelli che la Critica trova più spazio di manovra. In quelle opere esistono(lo si presume, e l’indagine serve a confermare o meno questa presunzione…) già dei Testi Base ricchi, ma soprattutto è ipotizzabile la presenza di Sotto-Testi da trarre all’attenzione dei lettori.
Ampliamo un attimo in discorso aggiungendo altri possibili punti fermi:
1 - la Critica non è Scienza, ma Arte.
1A - Con questo voglio dire, riprendendo la distinzione crociana tra Arte e Scienza, dove la prima è analisi soggettiva del dato e la seconda analisi oggettiva, che la Critica non si basa su dati di fatto incontrovertibili (ossia scientifici nel senso di leggi scientifiche), ed è sempre e comunque opinabile. La Critica infatti è kantianamente “esprimere giudizi”, non “constatare un fatto”. E i giudizi sono sempre opinabili.
2 – questo fa sì che a mio parere non esistano criteri oggettivi con cui stabilire se un’opera sia o meno un “Capolavoro”. Esistono delle opinioni in merito, ma non dei criteri oggettivi, svincolati dal gusto soggettivo del critico.
3 - a questo sono arrivato riflettendo da un punto di vista storiografico.
Spessissimo opere letterarie o musicali che un’epoca ritiene “capolavori”, poi sono del tutto dimenticati. Un esempio? Il romanzo “Fame” di Knut Hamsun. Hamsun, scrittore norvegese tra le due guerre e premio Nobel per la letteratura nel 1920, era ritenuto ottimo narratore, e “Fame”, romanzo realista il suo “capolavoro”. Oggi chi se lo ricorda? La storia divora incessantemente i cosiddetti capolavori. Quello che una generazione riteneva imprescindibile, per la successiva sparisce nell’oblio. Voi potete dire che questo è ridurre tutto al gusto personale. E’ impossibile che certe opere, in questo caso certi fumetti, non siano dei capolavori. In fin dei conti tutti sono d’accordo che Maus è un capolavoro.
Ed eccoci al punto cruciale. Per me è il consenso che fonda la dicitura “capolavoro”. Consenso presente (laddove i contemporanei dicono che XXX è un capolavoro), e consenso rivolto ad opere passate sulla base di un sedimentarsi di giudizi quasi inattaccabili.
4 – un approfondimento sul Consenso:
“Consenso rivolto ad opere passate sulla base di un sedimentarsi di giudizi quasi inattaccabili.” Questo sta alla base di qualsiasi “biblioteca dei classici”. Spesso i giornali offrono come allegato libri. E a volte questi libri sono radunati sotto il titolo ombrello o i capolavori della letteratura (a volte anche i Classici del Fumetto…). Piccolo rimuginamento personale: bisognerebbe dire nel 99% dei casi si tratta di romanzi o testi dei secoli passati su cui non si pagano diritti d’autore … Benissimo. Ma…un classico o un capolavoro che sono? Libri leggibili e entusiasmanti anche oggi? Allora permettete che sia scettico. Racine è considerato il padre del teatro drammatico/tragico francese. Nel XVII secolo era l’autore più amato. La Fedra di Racine è un grande testo, unanimemente riconosciuto dalla critica come “Capolavoro”.
Oggi… Chi lo conosce? Chi è che se lo va a rileggere se Repubblica propone come allegato un volumone “Tragedie” di Racine nella collana “i Capolavori della letteratura”? La mia risposta è: forse qualcuno in più di chi ha letto Paradigm 1. Ossia pochi. Il capolavoro inteso come “classico” quindi non è affatto un testo che ha più lettori degli altri. Né il criterio “capolavoro = tanti lettori” ha senso per le produzioni di oggi. Il fumetto che vende di più in assoluto al mondo cos’è? L’ennesima rimasticatura di Dragonball con milioni di lettori ogni mesi? E’ il capolavoro attuale? No. Cosa crea il capolavoro? Il consenso alla proposta di un critico che quella opera particolare vada etichettata come capolavoro.
5 – ecco la parola magica: consenso. Faccio un passo indietro. Cosa fa un critico? Come si capisce che un giudizio è un giudizio critico, e non solo mera descrizione?
Due sono i criteri:
- personalità (ossia il critico espone se stesso e le sue idee/opinioni)
- novità (ossia il critico dice cose nuove)
Chiariamo quest’ultimo punto. Dire cose nuove lo intendo in due modi:
a - dire cose nuove a sostegno di tesi già note, quindi rendere più solide le argomentazioni a favore di una tesi con l’aggiunta di nuovi elementi;
b - proporre alternative a tesi già note, ossia andare contro tesi consolidate contestandole, o proponendo tesi più allargate.
Questa è critica, ossia il formulare giudizi. Diversamente si fa filologia, storiografia, polemica, satira, ecc….ma non critica.
6 – chiaro come per me quindi non esista una Critica in sé, ma solo l’agire e il proporre del critico. Sono le opinioni del critico a essere oggetto di discussione, ed è dall’esito di tale discussione che tali opinioni entreranno a far parte del patrimonio collettivo, o resteranno cosa privata.
7 - attenzione. Qui non si parla del valore in sé di un’opera. Torniamo a Maus. Art Spiegelman realizzando Maus aveva un obiettivo: narrare una storia. Il critico X ponendosi di fronte a Maus esprime un giudizio. Ma è un giudizio del critico X, che non intacca il valore in sé di Maus come recupero della memoria storica. Il giudizio critico ci aiuta a capire meglio le conseguenze delle scelte di Spiegelman, ma non fondano l’opera in sé e per sé. Il valore di Maus resta. I giudizi critici invece possono variare. Voi potreste dire “eh no. Troppo facile. Perché il valore resta? Non è opinabile anche questo?!” No. Perché il valore della cosa per me deriva dalla sua esistenza. Ogni cosa che esiste vale in sé stessa. Maus ha valore in quanto esiste. Non in quanto oggetto di critica. Il giudizio critico su Maus invece se vuole essere critico, ossia non opera in sé ma riflessione proposta a tutti su un’opera preesistente, ha valore in quanto riesce a coagulare attorno a sé consenso.
8 – chiaro a questo punto come la critica per me sia Arte. Il modo di proporre è basilare. Lo stile, la padronanza del linguaggio, la capacità di fascinazione. Tutto serve a stabilire un contatto tra critico e lettore. Il critico serio (e non il sofista) darà maggiore autorevolezza ai suoi giudizi (e quindi coagulerà attorno a sé più consenso) se baserà le sue opinioni su dati riscontrabili anche da altri. Ad esempio citazioni corrette, rimandi ad altre opere comprensibili e non inventati, e così via. Un critico che scriva benissimo, ma che sbagli tutte le date e tutte le citazioni delle opere non mi darà fiducia. Sarà un bravo narratore, ma non un buon critico, e quindi sarò poco disposto a dare il mio consenso ai suoi giudizi. Apprezzerò la sua capacità di invenzione narrativa, ma nulla di più.
Come ho quindi cercato di illustrare la mia tesi è la seguente:
La Critica non esiste. O se esiste è una forma d’Arte, non una metodologia certa. Non esistono leggi che prescindano dal Critico, e che ne possano spiegare i movimenti. Esiste il Critico. Esiste questo critico concreto che critica, ossia “formula giudizi”. Esiste un oggetto che viene criticato (il fumetto) ed esiste un agente che formula dei giudizi personali (il critico)
Fin qui cose già dette. C’era però un altro elemento: il consenso. Come è possibile che tra tuttii giudizi che è possibile esprimere solo alcuni vengano considerati “critici”e degni della considerazione che non diamo alla semplice opinione (ossia un giudizio personale e limitato)? Prima di rispondere riepiloghiamo cosa significa esprimere un giudizio, ossia “criticare“.
Una persona esprime un giudizio su una cosa, quando:
- esprime un parere personale non detto precedentemente da altri (elemento della originalità/creatività)
- aggiunge alle cose già note sull’oggetto altre nozioni, o altri punti di vista nuovi (elemento della novità)
- le sue conclusioni trovano un riscontro effettivo nell’oggetto (elemento della conoscenza dell’oggetto)
- le sue conclusioni sono esposte in modo da essere comprensibili (elemento della intelliggibilità)
Quando una persona invece ripete cose già dette, o basa il suo giudizio su cose già evidenti non giudica, ma constata.“L’acqua bagna”. Dice qualcosa di sbagliato? No. Ma dice qualcosa di nuovo? No. “Gli X-Men mi piacciono perché sono mutanti in lotta contro tutto e tutti per far trionfare il bene e la giustizia” Questa frase dice cose non vere? No. Dice cose nuove? No. Ma è una constatazione. Non è un giudizio personale. O al limite è l’appoggiarsi a un giudizio pre-costituito.
Una persona, diciamo chi scrive, esprime un giudizio: “per me l’Eternauta, pur essendo una storia ben scritta , non è un capolavoro per i motivi A, B, C,… infatti se vediamo gli esempi X, Y, Z.…a mio avviso si può dire …” e così via. Questo giudizio è legittimo, come mille altri tra cui l’opposto “Per me l’Eternauta è un capolavoro per i motivi A, B, C…”. Pronunciandolo e diffondendolo mi assumo l’onere eventualmente di motivarlo od esporlo in modo più intelligibile. Ma nessuno può vietarmi di esprimerlo. Se però resta il mio giudizio e nessun altro lo segue/convide/fa proprio, all’esterno dalla mia soggettività (vale a dire nel mare della dialettica tra persone) questa resta la mia opinione , ossia quello che penso io su un determinato oggetto, e che magari ostinatamente contro ogni altro giudizio contrario continuo a pensare.
Cosa fa passare il mio giudizio da Opinione a Critica? Il fatto che più persone si riconoscano nel mio giudizio. Solo questo. Quanto più si allarga e cresce il consenso sul mio giudizio, oppure si può anche dire quanto più il mio giudizio regge ai tentativi di contestarlo (e regge se i vari elementi di novità, creatività, conoscenza dell’oggetto, intelliggibilità reggono…) tanto più altre persone lo fanno proprio, e quindi il mio giudizio si svincola dall’essere “mio”, per diventare una posizione di molti. Quando poi la maggioranza fa suo un particolare giudizio, esso diventa la “critica ufficiale” sull’oggetto.
Questo ci riporta alla mente la teoria dei paradigmi di T.Khun. Nel campo scientifico esistono determinati paradigmi, ossia insiemi di credenze base che definiscono il modo di leggere la realtà, che ogni tanto mutano radicalmente. La teoria per cui la terra era al centro dell’universo era un paradigma. La scoperta che il Sole è l’astro attorno a cui ruota la Terra ha provocato un mutamento di paradigma. Idem accade, a mio modo di vedere, nel campo della critica letteraria. Ogni tanto mutano i punti di riferimento, muta il modo con cui leggere i dati, e tutto cambia. Negli anni ’70 la parola d’ordine era “Impegno & Messaggio”. Poi negli anni ’80 arrivò il minimalismo. Ancora di più questo accade nei fumetti, dove mode e nomi hot si bruciano nell’arco di un’annata. Sinceramente… Chi si ricorda di Neal Adams? Chi conosce Guido Buzzelli? Pier Luigi Di Vita? I fumetti western? Migliaia di storie pubblicate per decenni in tutto il mondo. Oggi pochissime. È cambiato il paradigma, è cambiato il consenso.
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Chiudo con una sintesi.
Ognuno è libero di esercitare il ruolo di critico, ossia esprimere giudizi personali. La critica del singolo è Opinione. È il consenso crescente che si raccoglie o meno attorno alla singola opinione a trasformarla in Critica, dapprima discutibile, poi paritaria ad altre, e infine , traguardo supremo, “Critica Ufficiale”
A che serve la Critica Fumettistica? A tanto. Se fatta bene…
SETTEMBRE 2008
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