LINK   CONTATTI
 
 ARRIVEDERCI JONATHAN STEELE (e altre considerazioni)
 di Alessandro Bottero

Ultimamente è diventata ufficiale la notizia che Jonathan Steele, testata pubblicata dalla Star Comics, chiuderà i battenti col numero 53.
L ’annuncio  ufficiale è stato dato da Federico Memola sul forum dedicato al personaggio, dando queste motivazioni: “Quella di interrompere la serie regolare non è stata una decisione facile per la casa editrice. Certo, dedicarsi a nuovi progetti, soprattutto dopo dieci anni di ininterrotto lavoro sullo stesso personaggio, è per me comunque eccitante e gratificante, ma Jonathan è e rimarrà la mia creazione prediletta. Ed è proprio perché tengo a lui che la Star Comics e io siamo arrivati a questa scelta: purtroppo non è un segreto per nessuno che il costo della vita è aumentato costantemente, negli ultimi anni, e Jonathan ha sempre avuto l'handicap (chiamiamolo così) di costare di più, rispetto ad altre testata analoghe, per quel che riguarda i compensi dei collaboratori. Oggi questo costo maggiore comincia a pesare, nel bilancio della testata, e da qui la decisione di cui sopra. Vi dico subito che l'ipotesi di un aumento del prezzo di copertina è stata scartata perché avrebbe mandato la testata "fuori mercato", scelta estranea alla politica editoriale della Star Comics, che ha sempre lottato per mantenere prezzi contenuti, mentre quella di ridurre il compenso ai collaboratori non è stata presa in considerazione perché Jonathan è una serie complicata da realizzare e io richiedo un impegno notevole ai disegnatori, sforzo che non avrei più potuto pretendere, dopo aver decurtato loro il compenso.”

Personalmente mi spiace per la chiusura, visto che seguivo JS, sia ai tempi della sua serie Bonelli, che adesso. Il fatto però mi induce alcune riflessioni:  
 
- Che i fumetti bonelli/bonellidi siano SOTTOPREZZATI, rispetto ai costi effettivi di produzione, è un argomento che da anni si agita nelle discussioni. Ricordo che in varie riprese sia Ade Capone che Roberto Recchioni, in vari tempi e luoghi, l'hanno detto. Un fumetto di 96 pagine, scritto e disegnato da italiani, al lettore costa poco, rispetto alla forza-lavoro impiegata per realizzarlo.

Lasciamo stare la “percezione del prezzo”. È ovvio che tutti noi saremmo felici se potessimo pagare le cose il meno possibile, per cui si troverà sempre qualcuno che dice “2,70 euro per un fumetto???? Ma sono troooooppiiii”. Quindi la sensazione individuale che il prezzo di quella data  cosa sia eccessivo è un conto. Il fatto che un prodotto, volendo essere rigorosi e lucidi, sia sotto prezzato, è un altro.

I fumetti bonelli e bonellidi in italia sono sottoprezzati. È un dato di fatto. Ed è un dato di fatto imposto al mercato dalla casa editrice Bonelli, che essendo il maggior attore della scena in un certo senso “fa” i prezzi. E la casa editrice Bonelli può permettersi prezzi così bassi, perché ha un venduto molto diffuso. Per cui un ricavo molto basso dalla copia singola, sommato per tutte le copie vendute, alla fine fa un ricavo accettabile. 

Diverso è invece il caso di un editore che non vende come Bonelli. Ritrovandosi a non poter fare prezzi diversi (sempre perché arriva il rompicoglioni che dice “Ma sentiiiiiiiii perchééééé Birillo man lo pago 4 euro, mentre Tex lo pago 2,70, e c’hanno le stesse pagine e sono in bianco e nero? Eh? Perché? Perché sei così AVIDO che vuoi più soldi di san Bonelli?”.
Il lettore che chiede queste cose, facendo perdere tempo all’editore, è sostanzialmente un lettore che non sarà mai contento. Il suo sogno non è che Birillo-Man costi 2,70, come Tex. Il suo sogno è non pagare mai una ceppa per i fumetti che legge. Quindi il suo parere e le sue domande non andrebbero prese proprio in considerazione.
Purtroppo però di lettori così dementi ce ne sono molti, e allora a volte ti trovi costretto a spiegare l’ovvio: Tex può costare 2,70 e campare bene, perché vende 400.000 copie. Quindi ricava poco a singola copia, ma moltiplichi quel poco per 400.000. Birillo-Man invece, bene che va ne vende 20.000, ossia VENTI VOLTE DI MENO (che per le edicole è sempre un risultato ottimo). Anche Birillo-Man ricava poco dal prezzo di copertina (tolto distributore, tasse, costi di produzione, ecc…). E oltretutto il suo poco lo deve moltiplicare per venti volte meno di Tex.

JONATHAN STEELE - Star Comics TEX - Sergio Bonelli Editore

- Ma sarebbe possibile applicare prezzi diversi a prodotti simili nelle edicole?
No. O meglio, certo che si può, ma poi nessuno ti segue. E non vendi. E allora tieni i prezzi al di sotto di quello che sarebbe un minimo accorto, per non creare passivi.

Con JS forse è successo questo. Federico Memola dice che JS è una serie “complicata”, che richiede un certo tipo di impegno al disegnatore, e che non è possibile chiederlo se abbassi i compensi.
Uhmmmmm.
Devo dire di fare fatica a seguire il discorso.
Cosa vuol dire “Jonathan è una serie complicata da realizzare e io richiedo un impegno notevole ai disegnatori”?
In teoria, e parlo da lettore, io vedo in JS la stessa professionalità che vedo in altre serie Star, Eura, Free Book, o Bonelli stessa. Serie complicata si intende per i disegni? Beh, ok. Però non si può dire che altre serie di altri editori siano meno “complicate”. E poi cosa significa “serie complicata”? Se un disegnatore di una serie regolare da edicola si COMPLICA la vita, rendendo il proprio lavoro difficile, e alla resa dei conti non-remunerativo (troppo lavoro, per il risultato finale) allora la colpa è sua. Ma procediamo. Applicare prezzi diversi a prodotti-fumetto è impossibile. Sarebbe rifiutato dai lettori. Stranamente però lo stesso non succede in nessun altro campo. Sicuramente non succede in campo editoriale. Libri simili, per formato e numero pagine, possono avere prezzi molto diversi. Tutto dipende dalla tiratura, e della previsione del venduto. Se un Oscar Mondadori costa "X", un numero della Piccola Libreria Adelphi, pur con meno pagine, può costare anche il doppio. Oppure altro esempio: i Tascabili Einaudi costano in media 3 o 4 euro in più di un tascabile Mondadori. Differenze di prezzo tra i CD e i DVD ci sono. Magari piccole, ma ci sono. Anche qui tutto dipende dalla tiratura del prodotto, e dalla previsione di vendita. Insomma, al di là delle singole differenze una cosa mi salta agli occhi: soprattutto nel campo dei libri (quello più attinente ai fumetti) non è vero che prodotti simili debbano avere prezzi identici. 

- Cosa si può fare allora?
Se non puoi toccare la variabile prezzo (perché sennò il lettore ha un coccolone) devi giocoforza toccare la variabile costi. Ossia ridurre al massimo i costi, così da massimizzare i ricavi, grandi o piccoli. Ragionando infatti in modo un po’ spiccio, ma non lontani dal vero, se il costo di produzione di un Tex (faccio questo nome perché è il fumetto di questa tipologia, del quale l'INEDITO vende di più) è "X", in teoria si potrebbe pensare che il costo di produzione di un fumetto che venda un decimo dovrebbe essere un decimo di "X". 
Ricavi inferiori, in una situazione puramente teorica, dovrebbero corrispondere a spese inferiori. Magari la proporzione non sarà proprio perfetta, ma in teoria dovrebbe essere così. Questo però, dato che i costi del materiale e del lavoro tipografico non cambiano da prodotto a prodotto, si tramuta in una rimodulazione dei compensi di chi SCRIVE e DISEGNA, unica variabile possibile. È vero che in teoria mi si può dire: “Beh, però tu mica stampi 400.000 copie, se sai che ne vendi 40.000”. Certo. Ne stampi molte di meno. Ma più o meno, il ricavo dalla singola copia è sempre quello. Ed è con quel ricavo che ti ripaghi la copia, copri le spese aggiuntive, e poi incassi degli utili. E se è vero che aritmeticamente spendo meno a pagare 40.000 copie che non 400.000, è anche vero che il costo della singola copia è maggiore per una stampa di 40.000 che non per una di 400.000. Bilanciando spesa minore complessiva, con costo superiore per la singola copia, più o meno le percentuali si riallineano, e la variabile costo di stampa non incide. Quella su cui si preferisce intervenire è la variabile costo autori. 
 
- Che fare?
Da un lato si dice: “Io, autore, lavoro. A me non interessa se vendi o meno. Io lavoro, e tu mi devi pagare.”  La posizione è comprensibile, ma qualcosa mi lascia perplesso. Scrivere storie, o disegnarle non è come riparare un  lavandino. Ossia non è solo una prestazione di servizi e basta. La qualità del disegno e/o della storia, e quindi la risposta del pubblico, sono elementi che devono, secondo me, essere presi in considerazione. Potremmo pensare che chi scrive o realizza storie che vendano di più, meriti di essere pagati di più. Non perché più simpatico, o più bravo. Ma perché il suo lavoro riesce a generare più incassi per l’editore, che in questo modo incassa di più, può più facilmente fare fronte alle spese, e quindi dovrebbe riconoscere all’autore un qualcosa di più. Ovvio però che questo sarebbe avversato da chi invece lavora su serie che vendono meno. L’obiezione potrebbe essere “Ma questo non è equo. Non è colpa mia se la serie X non vende.” Ok, può non essere colpa SOLO tua, ma a scriverla o a disegnarla sei tu. Non altri. E se i fumetti vengono prodotti anche per essere venduti, io credo non ci sia nulla di immorale se si premia chi realizza dei prodotti che (magari anche solo per puro culo) vendono più degli altri. In sintesi: chi lavora sulla serie X che vende il doppio della serie Y, dovrebbe essere pagato di più di chi lavora sulla serie Y. E così via, con aggiustamenti successivi. LA serie Y risale nelle vendite? Si alzano i compensi degli autori. La serie X cala le vendite? Si abbassano i compensi. Lo so che sembra spietato, ma se la serie cala le vendite, forse è anche perché chi la realizza non è più in grado di essere competitivo. E quindi o cambia, o se ne va. 

- Un’altra strada potrebbe essere fissare dei compensi comuni per tutti, ed aggiungere delle royalties sulla base del venduto. A questo punto chi scrive e disegna prodotti che vendano di più guadagnerà di più, pur sulla base di un compenso fisso comune. Mi spiego: se una casa editrice ha X testate, è inevitabile che una venda di più e altre di meno. 
o diciamo "gli autori di "X" prendono di più, perché realizzano un prodotto che vende di più" 
o diciamo "tutti gli autori delle sei serie prendono una base fissa (a questo punto inevitabilmente bassa), e poi sulla base del venduto delle singole serie, al compenso fisso si aggiungono royalties" (che è il modello americano).

NOVEMBRE 2008

 TUTTI GLI ARTICOLI >>> | TUTTE LE RECENSIONI >>>

 

JONATHAN STEELE - Star Comics